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Articoli di Romano Màdera e sue interviste
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Un Buon Intreccio per Prendersi Cura dell'Anima: Psicologia Profonda, Pratiche Filosofiche e Spiritualità
David Publishing - Studi di Filosofia - Maggio-Giugno 2025
David Publishing - Studi di Filosofia - Maggio-Giugno 2025
Un Buon Intreccio per Prendersi Cura dell'Anima
Psicologia Profonda, Pratiche Filosofiche e Spiritualità
Un Buon Intreccio
per Prendersi Cura dell'Anima
Psicologia Profonda,
Pratiche Filosofiche e Spiritualità
Si è verificato un cambiamento nei tipi comuni di patologie e nelle relazioni tra esse, tutte ampiamente collegate alla crisi dei modelli identitari, caratterizzata a sua volta dalla difficoltà nel riconoscere confini appropriati (confini tra sé e gli altri, confini tra sé e il mondo e i confini insiti nella propria personalità).
Questo ha condotto alla diffusione di disturbi narcisistici, dipendenze e disturbi alimentari, attacchi di panico, o alternativamente, nel caso di un tentativo illusorio di mantenere il controllo, di disturbi ossessivo-compulsivi e fobie. Anche i disturbi dell’umore sembrano essere legati ad aspettative eccessive riguardo alle prestazioni, all’interno di un quadro complessivo confuso di ruoli sovrapposti e mal definiti.
Ho affiancato analisi e pratiche formative basate sulla filosofia come stile di vita e spiritualità in ciò che ho designato come “Analisi biografica filosoficamente orientata“.
Tuttavia, la validità teorica del progetto dipende ancora dall’affrontare adeguatamente le questioni irrisolte poste dalla psicoanalisi, dalla pratica formativa e dal sostegno spirituale, adesso che le giustificazioni scientifiche, i modelli confutativi di confronto e le forme di esclusivismo religioso hanno esaurito la loro funzione storica.
Parole chiave: psicoanalisi, Hadot, filosofia come stile di vita, analisi biografica
Cura e responsabilità
da GARIWO MAG, Fondazione foresta dei Giusti - Gariwo onlus - 9 ottobre 2024
da GARIWO MAG, Fondazione foresta dei Giusti - Gariwo onlus - 9 ottobre 2024
Cura e responsabilità
Sappiamo che la crescita dei piccoli umani dipende in gran parte dalle cure della comunità che consente un accudimento ben più lungo e complesso di quello necessario agli altri mammiferi, affinché raggiungano una qualche, relativa, indipendenza. In genere, le teorie filosofico-antropologiche, da Platone a Nietzsche fino a Gehlen, pensano questo lungo apprendistato come il frutto di una qualche mancanza fisiologica alla quale devono sopperire le tecniche e quindi la cultura. A me paiono argomenti zoppicanti. Come si può reagire a una minorità costruendo un mondo infinitamente più complesso di quello delle altre specie, a partire da un non-avere che è anche un non-essere? Mi pare che la direzione più convincente e più semplice stia, invece, nel processo che passa dalla statura eretta, dallo sguardo aperto e, soprattutto, dalla “liberazione delle mani”, che sono le condizioni fisiologiche alla base del processo di corticalizzazione e di differenziazione cerebrale.
Perché iniziare da così lontano un discorso sulla responsabilità? Perché “responsabilità” dice qualcosa di ben diverso dalla risposta automatica, o quasi automatica, fortemente condizionata dalla struttura istintuale ereditata. La parola suggerisce qualcosa che ha a che fare con “risposta” unita alla possibilità, e quindi alla “libertà”, di rispondere o di non rispondere. Che “responsabilità” contenga in sé una “risposta” è evidente in tutte le lingue neolatine, ma anche in inglese (responsability) e in tedesco (Verantwortung), in croato e in serbo (odgovor/odgovornost). Quando pensiamo poi alla nascita del nome proprio sulle labbra dei bambini ricordiamo che i bambini cominciano a nominare sé stessi le prime volte in terza persona e non in prima: Luigi che nomina sé stesso la prima volta dirà per esempio “Luigi vuole…”, non “io voglio”. La terza persona precede la prima sia perché sono la società e la famiglia che precedono, ovviamente, il singolo, sia perché il singolo non può riconoscere sé stesso se non passando attraverso il riconoscimento dell’altro, imitandolo. La responsabilità nasce dalla capacità e dalla pratica della risposta, perché è rispondendo alle sollecitazioni, alle richieste, ai comandi e ai divieti della comunità di cui i bambini sono parte che si entra nel processo di apprendimento della valutazione delle proprie azioni. Tenendo presente le conseguenze possibili.
Cos'è la felicità? "È superare il mercato dei desideri", dice lo psicoanalista
Da lavialibera n° 23, Cosa è la felicità? - Rivista online fondata da Don Luigi Ciotti - 6 novembre 2023
Da lavialibera n° 23, Cosa è la felicità? - Rivista online fondata da Don Luigi Ciotti - 6 novembre 2023
Cos'è la felicità? "È superare il mercato dei desideri", dice lo psicanalista
Nel nostro mondo, anche l’aspirazione suprema alla felicità è in vendita. C’è però un equivoco: non va considerata come un perpetuo godimento.
Sembra che essere felici – che è sempre stata una finalità della vita umana – sia diventato una specie di traguardo da conquistare, una possibilità tutto sommato di facile realizzazione: basta che si seguano certi consigli, un qualche metodo, magari un corso ad hoc, oppure qualcosa di acquisibile come una prestazione e addirittura acquistabile come una merce.
Insomma, come ogni altra qualità, condizione, anche l’aspirazione suprema della felicità nel nostro mondo è sul mercato.
Ma è la stessa ideologia del mercato universale e onnidimensionale a chiamare verso l’infinito dei possibili: il comandamento sostitutivo di ogni comandamento è desiderare senza limiti, l’avere come unica regola non avere regole, come dice una delle pubblicità più diffuse a livello internazionale, o “il futuro non ha limiti”, come è scritto su una maglietta per ragazze, forse in polemica contro la protesta ambientalista dello slogan no future.
Da decenni cerco di introdurre un neologismo, certo sgraziato, licitazionismo, per dire che in questa prospettiva di mondo tutto è lecito, secondo l’involontaria profezia di Dante nel Canto Quinto de L’inferno quando scrive che Semiramide, regina lussuriosa, fece di ciò che è libito (desiderato), ciò che designa il licito, ciò che è lecito “in sua legge”, nel diritto del suo regno. Oggi la legge del mercato capitalistico, giunto alla globalità delle sue diverse e combinate dimensioni, non deve, non può e non vuole porre alcun limite alla profusione e alla spasmodica ricerca della soddisfazione di qualsiasi desiderio, anzi la deve incentivare ricreando continuamente desideri e creandone sempre di nuovi.
Dalla pseudospeciazione al capro espiatorio
Massenpsychologie - 3 ottobre 2021
Massenpsychologie - 3 ottobre 2021
Dalla pseudospeciazione al capro espiatorio
Pseudospeciazione è un termine poco usato nelle scienze umane e sembra quasi sconosciuto a chi si interessa di neuroscienze e della loro applicazione ai temi antropologici.
Credo invece che si sia toccata, con l’introduzione di questo termine in psicologia sociale e poi in etologia umana, una questione fondamentale, cioè un fenomeno che riguarda i fondamenti stessi della cultura umana, perché cerca di spiegare
le modalità della differenziazione culturale, differenziazione che si spinge fino a creare comportamenti che superano le inibizioni legate all’appartenenza alla stessa specie. In questo senso gli umani non riconoscono come umani altri umani, possono comportarsi nei loro confronti come nei confronti di altre specie, creano dunque di fatto una “pseudospecie” che, come tale, può essere aggredita fino alla uccisione – un evento che, tra primati e mammiferi, accade solo in situazioni molto particolari o per eccezione – mentre in nessun modo possiamo rubricare la guerra tra diversi gruppi umani come eccezione. La storia ne da prove schiaccianti.
Utopia come metapolitica
Altre modernità - Università degli Studi di Milano - settembre 2019
Altre modernità - Università degli Studi di Milano - settembre 2019
Utopia come metapolitica
PREMESSA
Sono stato e sono un utopista militante, mi piacerebbe aver scritto anche qualche tomo da accademico (sono stato anche quello ), ma l’urgenza di scavare cunicoli nuovi, come s’addice alle talpe miopi che desiderano una speranza che non possono vedere, non mi ha permesso di dedicarmi alla storia e alla teoria delle utopie, come peraltro è stato fatto da molti in modo spesso utili e persino eccellenti.
La mia ambizione è un’altra: non so dove, né quando, né come, ma spero e credo – per via di infiniti indizi – che l’esperienza, e i fallimenti miei e di molti, possano raffinare questa tensione, tenerla viva per i tempi lunghi della storia. So che, come diceva sarcasticamente Keynes, saremo tutti morti nei tempi lunghi, ma so anche che senza questi ricorrenti e tormentosi sogni, queste storie intricate e multidimensionali, non sorgerà l’alba di una storia umana che ci faccia uscire da questa crudele preistoria.
Senza questo futuro nessun riscatto onorevole della vicenda della nostra specie è possibile. Il mio vuole quindi essere un ragionamento che tragga dall’esperienza il succo di nuove possibilità.
Romano Màdera, la ricerca del senso
di Davide D'Alessandro
Il Foglio - 20 agosto 2019
di Davide D'Alessandro
Il Foglio - 20 agosto 2019
Romano Màdera, la ricerca del senso
A colloquio con il filosofo e psicoanalista di formazione junghiana: “Ritengo Jung il più convincente dei maestri intanto perché ringraziava Dio di non essere junghiano, poi perché pensava che fossero integrabili gli insegnamenti di Freud e di Adler con il suo, a secondo della situazione concreta che ci si trova davanti. Siamo chiamati a cercare un senso capace di benedire e di sopportare la vita”
Che cos’è e a che cosa serve l’analisi?
Dipende dal tipo di domanda e dall’ascolto di questa domanda, e poi ci sono tante analisi, e in realtà, tante analisi quante sono le coppie, o i gruppi, analitici al lavoro.
Naturalmente posso dire cosa vorrei che fosse per me, cosa cerco nell’analisi: il punto di partenza è la sofferenza psichica, cioè una sofferenza che non si riesce a curare solo con rimedi dietetici, farmacologici o comportamentali.
Ma dietro questa sofferenza dichiarata c’è una domanda all’inizio enigmatica, cioè che rivela strati insondati di risonanze possibili di significati. L’analisi potrebbe servire a diventarne consapevoli, quindi più ricchi di sé stessi, dolori compresi. Se si procede su questa via ci si rende conto che è l’orientamento di vita della persona che è in questione: non orienta più, lascia nella confusione e nell’angoscia di impossibilità onnilaterali. Da qualsiasi parte non si trova energia desiderante, fluire dell’agire e dei progetti. In una parola: l’analisi è ricerca di senso. Per questo ho chiamato la mia proposta “analisi biografica a orientamento filosofico”.
Orientamento filosofico: chiedersi sul serio “ma che senso ha il modo col quale sto affrontando la vita?”.
Vita di scuola e scuola di vita
Lettere a una Professoressa - 6 gennaio 2018
Lettere a una Professoressa - 6 gennaio 2018
Vita di scuola e scuola di vita
Primo Ottobre 1954, primo giorno di scuola, 64 anni fa, Malnate, provincia di Varese, paese di 6000 abitanti. Ci sono una trentina di bambini, maschi, una maestra, Fernanda Buzzi, tipa senza fronzoli, unica concessione basco quasi amaranto un po’ di traverso. Sono sempre in un luogo “familiare”, mio padre è il direttore didattico, mia madre insegna lì. Ma non ho fatto l’asilo, come invece è stato per un bel gruppo di altri. Mi sento isolato, per la prima volta in un ambiente sociale diverso dalla mia famiglia o dal gruppo di bambini delle case popolari, da dove vengo.
Primo Ottobre 1957, quarta elementare. Siamo diventati 45, nonostante uncerto numero di bocciati e di abbandoni, l’esame di terza elementare (allora era così) è stata una corsa a ostacoli che ne ha azzoppati alcuni. E poi sono arrivati molti altri, dal Veneto, dal Ferrarese, dalle Puglie, dalla Calabria e dalla Campania. Sono i sintomi della grande migrazione interna. Io ho i capelli crespi, riccioluti, che mi fanno disperare, così poco uguali agli altri, capelli lisci, gente del posto, nordici. Mio padre è calabrese, sì è il Direttore, ma io sono un terroncello, come molti dei nuovi arrivati e come i “terroni del Nord” del Veneto e di Ferrara. Mi spiace non riuscire a entrare in quella che immagino essere un’appartenenza forte, anche se qualche amico me lo sono fatto. Ma orgogliosamente ho fatto banda, durante l’intervallo, con quelli che vengono da fuori e che sono arrivati da poco. Vantaggio secondario, hanno tra i 12 e i 14 anni, non sanno niente, a scuola forse manco c’erano andati, se non per qualche giorno, anche a Malnate qualche figlio di contadino sparisce regolarmente quando c’è da fare in campagna, però sono grandi e grossi e le danno a tutti.
Vai verso l'altrove di te
Ernst Bernhard. Giornata di Studio per ricordarlo a 50 anni dalla morte
Dagli Atti del convegno organizzato dall'Associazione Italiana di Psicologia Analitica, dall'Associazione per la Ricerca in Psicologia Analitica, dal Centro Italiano di Psicologia Analitica - 8 ottobre 2015
Ernst Bernhard. Giornata di Studio per ricordarlo a 50 anni dalla morte
Dagli Atti del convegno organizzato dall'Associazione Italiana di Psicologia Analitica, dall'Associazione per la Ricerca in Psicologia Analitica, dal Centro Italiano di Psicologia Analitica - 8 ottobre 2015
Vai verso l'altrove di te
Nel suo Libro dei sogni Fellini dice così il suo addio e la sua gratitudine a Bernhard subito dopo la sua morte:
Ti debbo moltissimo della mia vita. Ti debbo la possibilità di continuare a vivere con momenti di gioia. Ti debbo la scoperta di una nuova dimensione, di un nuovo senso di tutto, di una nuova religiosità… Grazie per sempre amico fraterno, mio vero padre.
Qualche analista e qualche commentatore più clinico dei clinici ha messo in dubbio che il rapporto tra Bernhard e Fellini fosse un rapporto analitico.
Come sempre bisognerebbe prima intendersi sui termini, sbrogliare la faticosa questione di cosa sia o non sia “analisi”. Sono diventato vecchio e ho perso interesse per questo tipo
di lotte per l’egemonia sulle definizioni.
Ma la frase di Fellini è il frutto di una lunga relazione con Bernhard, che faceva l’analista interpretando a modo suo il lascito, già di per sé molto duttile, del metodo proposto da Jung. Un metodo che nel suo nucleo centrale è un paradosso di sconcertante libertà e responsabilità: il metodo è l’analista stesso, il totum hominem richiesto da questa arte di nuova alchimia psichica.
Nell’epistemologia pragmatista del Vangelo un albero si giudica dai suoi frutti: ecco, se la frase di Fellini è il frutto dell’incontro con Bernhard, allora deve essersi trattato di un incontro profondo e grande, vitale e amorevole, di un incontro decisivo del senso dell’esistenza. Non lo si vuole chiamare analisi? Peggio per l’analisi.
Lo si vuole chiamare analisi Vorrà dire che l’analisi può diventare, almeno per alcune persone e in certe circostanze, un’esplorazione e una scoperta di quanto più di tutto ci riguarda: dell’ultimate concern come diceva Paul Tillich, del senso del sacro o di ciò che ha la stessa
funzione del sacro nella nostra vita: di un centro che dà valore a quello che siamo e che facciamo, che ci rivela che vivere vale la pena che il vivere inevitabilmente costa.

