Rivista culturale Doppiozero

Rivista culturale Doppiozero

Articoli di Romano Màdera

Rivista culturale Doppiozero

Articoli di Romano Màdera

Doppiozero è una rivista culturale, con edizioni in italiano e in inglese, e una casa editrice, in rete dal 14 febbraio 2011.

Nel 2022 il sito è stato interamente rinnovato.

Collaborano a doppiozero oltre 2000 scrittori, critici, giornalisti, ricercatori, studiosi di diverse discipline, in un ecosistema che riunisce intellettuali di fama, giovani autori e studiosi affermati.

Paolo Aite: l’analisi e il gioco della sabbia

Paolo Aite, neuropsichiatra e psicoanalista, fondatore del Laboratorio Analitico delle Immagini che raccoglie analisti che utilizzano il Gioco della Sabbia in analisi, tanto degli adulti quanto dei bambini, già presidente dell’AIPA (associazione junghiana), tra i primi allievi di Ernst Bernhard – il medico tedesco che portò il pensiero e la pratica junghiana in Italia prima della guerra – è morto il 30 di Agosto a Roma: con lui se ne va non solo un punto di riferimento della psicologia analitica e una figura simbolo della sua storia, ma un innovatore la cui discrezione (non amava e non faceva alcuno sforzo per favorire il suo spazio di notorietà) non deve oscurare l’importanza della sua figura.

Ecco come raccontava il suo primo incontro con Ernst Bernhard nel convegno di Roma organizzato da Liberiana Pavone, Robert Mercurio e Giuseppe Vadalà per l’ AIPA e il CIPA nel cinquantesimo anniversario della morte del suo maestro:

“Mi chiese la data di nascita e, consultando un libro, guardò con attenzione il mio quadro astrale. Dove ero capitato?

Andare a fondo non è affondare

Quando si pensa e si scrive dalla prospettiva di una professione d’aiuto che è innanzitutto una vocazione si deve superare la paura, ma anche lo snobismo intellettuale, che vuole evitare lo sforzo comunicativo del parlare la lingua dei molti, senza cedere però alla tentazione della semplificazione, etica prima ancora che concettuale, del risibile “pensare positivo” che consola a buon mercato, sfuggendo alle tremende difficoltà del vivere, alle sue inevitabili, contundenti oscurità.

Gli scritti di Laura Campanello e in particolare il suo ultimo libro Ritrovare l’anima. Esercizi filosofici per trovare la propria via alla felicità, uscito per BUR Rizzoli, sono un esempio riuscito di questa tensione tra ciò che sembra inaccettabile nella nostra esperienza e una capacità, indomita, di rilanciare una ricerca di senso che scavi nell’esperienza per cercarne un filo che ci conduca fuori dalla palude dell’insignificanza e dell’abbattimento deluso.

Tanto da usare parole di cui quasi ci si vergogna per l’uso e l’abuso che ne è stato fatto, come “anima”, o per l’oblio che le ha sepolte come l’appello alla “filosofia come esercizio”, capace di ricostruire, dalle macerie delle innumerevoli delusioni dell’esperienza quotidiana dei valori e delle relazioni, una via di serenità.

Che cosa è la salute mentale?

Nella giornata dedicata alla salute mentale abbiamo chiesto ad alcuni e alcune psicoanaliste e psichiatri, collaboratori e interlocutori di doppiozero, di rispondere in poche righe a questa domanda tutt’altro che semplice.

Romano Madera
La salute mentale finta è l’ideologia interiorizzata della follia sociale che è norma del nostro mondo: si chiama “normalità a tutti i costi” e cerca di nascondere l’orrore dello “stato di cose presente”.
La salute mentale vera è la condizione, difficile e rara, di chi raggiunge e consolida un senso della vita capace di “sopportare e benedire la vita”, sapendo accettare l’inevitabile e sapendo immaginare e costruire il mondo della speranza a venire.

Carl Gustav Jung: il tormento della biografia

“Che cosa ha avuto senso nella mia vita? Quali conoscenze ho acquisito? Che cosa mi ha lasciato un’impronta? Che cosa è stato importante nel mio lavoro? E che cosa mi preoccupa ora, in età avanzata?” Sono le prime parole di In dialogo con Carl Gustav Jung (Bollati Boringhieri, 2023) il libro di Aniela Jaffé, risultato di anni di colloqui e completamento del suo lavoro sulla biografia raccolto in Ricordi, Sogni e Riflessioni.

Così Jung, che non ha mai voluto che entrassero nelle sue opere complete scritti di carattere personale – affidati appunto alla Jaffé o rimasti incompiuti e segreti come i Libri Neri e il Libro Rosso – formula però il tema essenziale della sua opera, cioè la ricerca del senso, in un chiaro nesso autobiografico e biografico.

Jung, proprio come Freud, ha in gran sospetto la biografia e dichiara: “un’autobiografia, l’unica cosa che non scriverò mai”. Libri del genere non erano secondo lui del tutto veritieri e per principio non potrebbero neppure esserlo: in tutti “mancava l’essenziale”.

L’uomo Mosè. Un romanzo storico: un inedito di Freud

È uscito da poco, prima in Francia e poi nella traduzione italiana – che ha in più l’introduzione di un grandissimo studioso di storia delle religioni, Giovanni Filoramo – la versione inedita del 1934 del libro di Freud che si intitolava L’uomo Mosè.

Un romanzo storico, poi rimaneggiata e data finalmente alle stampe come L’uomo Mosè e il monoteismo nel 1939, l’anno della sua morte.

Il libro riproduce il testo tedesco riportandone anche le correzioni, il commento è di Thomas Gindele – un libro nel libro per ampiezza e per impegno interpretativo (le traduzioni sono di Johanna Venneman dal tedesco e di Chiara Calcagno dal francese, l’editore è Castelvecchi).

Do per esteso queste informazioni bibliografiche perché questo è un volume che “deve” stare insieme a quelli che raccolgono le opere di Freud, tanta è la sua importanza.

Mi sembra astratto, ma anche difficile da sostenere un approccio al pensiero freudiano che cerchi di immunizzarlo – certo riprendendo anche un’aspirazione dello stesso autore – dal suo contesto storico-familiare per lasciarne intatta l’ambizione scientifica, perciò stesso neutralizzata rispetto a questi condizionamenti soggettivi.

Invito alla metapolitica / Oltre la guerra

La Rivista di Psicologia Analitica: era uno degli esseri mitologici che popolavano la sezione riviste della Feltrinelli di via Manzoni a Milano, un mondo “lontano”, “più alto, per un provinciale come me, uno di un paese del varesotto, nei primi anni settanta del Novecento giovane studente universitario un po’ sperso, che si sentiva straniero in città.

La Rivista faceva parte delle tante cose che imparavo dai miei fratelli, in questo caso dal maggiore, Nuccio, nove anni più di me, che, alla fine del liceo, mi aveva messo in mano un libro di Jung, Il problema dell’inconscio nella psicologia moderna pubblicato da Einaudi.

Ai tempi il mio interesse era rivolto a Reich, un vero rivoluzionario, Jung apparteneva al campo dei conservatori, più o meno illuminati, e la simpatia si era velata di sospetto.

Ma la curiosità per quel mondo rimaneva e la Rivista me la ricordava.

Quando nel 1978 cominciai l’analisi con Paolo Aite la caratura della Rivista cominciò a lievitare.

Così, quando fui invitato a farne parte – anche la seconda analisi fu con una redattrice della Rivista, Mariella Loriga – ero ovviamente molto, molto intimorito, come è ovvio quando si arriva in un posto che è stato circonfuso per anni da un’aura speciale.

Parole per il futuro / Caos

Quando le parole vengono usate spesso e per parlare di dimensioni molto diverse tra loro potremmo dire che “c’è qualcosa nell’aria”.

E l’aria appartiene alla stessa famiglia di parole dello “spirito”.

Forse quindi la ricorrenza di certi termini ci può dire qualcosa dello “spirito del tempo”.

Credo che l’uso della parola “caos”, così frequente sui giornali e nei mezzi di comunicazione in genere da qualche anno a questa parte, possa suggerirci qualcosa a proposito dello spirito del nostro tempo.

Con la pandemia da Coronavirus l’uso di questa parola si è enormemente diffuso.

Che la diffusione caotica del virus metta in chiaro alcune strutture e storture del nostro mondo mi sembra evidente.

Ho usato due anni fa, su questa stessa rivista, il neologismo “sociodelico”.

Ciò che si mostra è penosamente ovvio, anche se messo a lato rispetto alla rincorsa delle sempre nuove angosce – il bombardamento apprensivo è un mezzo eccellente della ideologia contemporanea che funziona spargendo terrori in modo da rendere “eccezionale” il fondo tragico dell’esistenza ( la malattia e la morte) e da nascondere le ragioni storiche e generali delle piaghe endemiche dell’ineguaglianza, della condanna alla assenza delle minime condizioni indispensabili per sopravvivere senza i traumi cumulativi dell’assenza d’acqua, di igiene, di cibo, di lavoro, di abitazione, di cure mediche, di educazione.

Sentire-pensare la ferita

Come a volte capita alcuni piccoli libri sono grandi libri. Questo di Josep Maria Esquirol è un grande libro nella sua scelta di concisione: un andamento aforistico che non si disperde, anzi svela di pagina in pagina un argomentare strutturato, alla fine stringente, dove il sentire non offusca il pensare e il pensare non ottunde il sentire.

Già il titolo annuncia con precisione una scelta di campo: Umano, più umano. Un’antropologia della ferita infinita (Vita e Pensiero, Milano 2021).

L’umano non è troppo, anzi è troppo poco: le vie di fuga superomistiche non sono un’opzione convincente, il nietzscheanesimo a poco prezzo, trasformato in enfasi letteraria senza la tragedia esistenziale del suo autore, e senza le implicazioni di un modo di vivere che lo voglia prendere sul serio, sono lo sfondo dal quale si differenzia con nettezza questa linea antropologica alternativa.

È come se l’autore applicasse alla scrittura quel che dice della vita, del gusto e del sapore della vita, del buon sapore del sentirsi in vita, del sentirsi vivo (p. 72).

Dice di essere “d’accordo con la saggezza popolare: ‘bisogna essere felici con poco’.

Ebbene, sono d’accordo purché questo poco si accentui e venga interpretato in modo consono.

Bisogna essere precisi e capire che, in realtà, questo poco è molto.

Modi del sentire / L'intimità come mistero

Sembra a volte che la parola intimità porti con sé un alone di senso che la avvicina a una promessa di autenticità, di spazio protetto nel quale è possibile – con una sorta di sospiro di sollievo dopo tanto affaticarsi alla superficie delle mascherate di ruolo e degli stereotipi della civiltà di massa e della tecnica – finalmente “toccare” la verità nascosta delle persone, la loro psiche o anima, il loro corpo al di là delle vestizioni nelle “uni-formi” dell’apparire, obbligatorie anche nel loro dovere essere eccentriche.

Confesso un certo fastidio per questa voga che volta in positivo ogni pretesa intimità.

Mi sembra una sorta di antagonista prefabbricato, un rifugio illusorio, troppo semplicistico, al divorante imperativo delle maschere sociali.

Insomma mi pongo questa domanda: ma è poi davvero possibile, e come, l’intimità come disvelamento di sé al di là delle maschere di ruolo?

In realtà un vecchio quesito: mi pare che la ricerca e la valorizzazione dell’intimità abbia preso il posto – drammaticamente scomodo e irrisolto – del cangiante e plurivoco soggetto moderno alle prese con gli effetti della sua decostruzione.

Tenere aperto il mistero / Dialogo su Dio

Romano Madera:
La parola Dio: ma cosa “diavolo” intendiamo con questa parola? E soprattutto: oggi ha ancora un senso parlarne? Quale senso può avere nel nostro interrogarci oggi?

Gabriella Caramore:
Tocchi il punto centrale. Ho sempre considerato questo libro come un libro che si sta facendo, che non ha un punto conclusivo.
Un libro provvisorio, in fieri. D’altronde, il pensiero su Dio è inevitabilmente un pensiero fluttuante, ondivago.
L’importante è tenere desto il movimento del pensiero. Che cosa “diavolo” è oggi questa parola “Dio”, tu chiedi.
È posta bene la questione.
In primo luogo a me sembra che in questa fase della nostra storia sentiamo il bisogno di ridefinire tutto.

Tutto quello che sta emergendo, la crisi del contemporaneo che stiamo vivendo, era già presente, evidentemente, sotto traccia.

Ma questo momento particolare, indotto dalla pandemia e dalle conseguenze economiche e strutturali del nostro sistema sociale, ha messo in luce i punti critici del nostro mondo e, insieme, la fatica che fa il linguaggio a stare dietro a queste crisi e alla nostra esigenza di capire.

Cinque domande sullo scenario futuro

Con queste cinque domande ci prefiggiamo di individuare i nodi che la crisi sanitaria del Covid-19 con le sue conseguenze ha provocato a livello mondiale, con l’idea che, come disse anni fa un economista americano, la crisi, per quanto terribile, è un’occasione da non perdere.

Romano Madera, psicoanalista

  1. Quali saranno a tuo parere i principali cambiamenti che la pandemia del coronavirus ha prodotto?

Provando a differenziare tra aspetti sociali, economici e culturali.

Intanto grazie a Doppiozero per avermi invitato a rispondere a queste domande che possono servire a inquadrare il famoso cigno nero.

Vorrei però provare a guardarlo secondo una prospettiva anamorfica: un “cigno periodico trasformista”, che ogni tanto appare sotto le forme di virus, ogni tanto di guerra, ogni tanto di conti economici e finanziari che non tornano. Ogni sempre, invece, in catastrofi sociali e psichiche di parti consistenti degli umani.

Perché Freud è ancora necessario

L’altra metà del pensiero

Romano Màdera

Prima ancora delle teorie, la scoperta epocale di Freud è la pratica del colloquio analitico: un luogo e un tempo scavati fuori dai vincoli della comunicazione ordinaria. La stanza e l’ora dell’analista sono un enclave libero e protetto nel quale può esprimersi e riconoscersi la dialettica delle Maschere Sociali e dei Doppi Impresentabili con il loro corteo sintomatico.

Perché l’incontro/scontro sia possibile serve una persona, l’analista, che, rinunciando all’espressione e al riconoscimento della sua vita personale, metta a disposizione se stesso per rendere possibile l’espressione e l’autoriconoscimento dell’altro, in uno spazio sgombro dalla minaccia della condanna.

Gianni Cascone. Tre romanzi in prima persona plurale

Ci sono tre romanzi scritti da trentasette autori più uno, Gianni Cascone, ideatore dei tre laboratori di scrittura che, dopo anni di lavoro, hanno prodotto tre gruppi autoriali: gli Immagici e il loro La mano di corallo (Il Funaro 2012), gli IndiMondi con Trailer. 7 giorni di cinema a San Lazzaro (Giraldi 2014), i Banchéro, Quello che non sei (Giraldi 2015).

A lettura finita viene il dubbio, è venuto anche a me che conosco Gianni Cascone da più di venti anni, che il trucco deve esserci: sì la scrittura collettiva, però poi ci vuole la manina de Dios, come quella famosa di Maradona contro gli inglesi, altrimenti il gruppo da solo potrebbe produrre al massimo un colorato e simpatico patchwork, non un’opera compiuta, stilisticamente mossa ma sempre ben sorvegliata in tutte le tonalità.

Lo spirito universale della narrazione

Il titolo di questa comunicazione suona forse troppo enfatico.

È quasi una citazione rubata a Thomas Mann.

Lo “spirito della narrazione” è suo, ma confesso che l’aggiunta, così perentoria da risultare sfacciata, dell’aggettivo “universale”, è mia.

Tuttavia, prima di arrivare ad affrontare i termini “spirito” e “universale”, vorrei dire qualcosa sulla parola “narrazione”.

Utilizzerò, non tanto per seguire la sua definizione di narrazione, ma per indicare il tema sul quale fare qualche variazione, un bel libro di un amico, Paolo Jedlowski, Storie comuni (Bruno Mondadori 2000), tutto dedicato alle narrazioni che si fanno nella vita quotidiana.

Nonostante si tratti di un campo leggermente diverso, tuttavia mi interessa ritornare a questa prima dimensione dell’universalità della narrazione, a quel narrare che prende tutti, per vedere come si possa tentare di ascoltare lo spirito, che forse respira dentro le parole che diciamo e dalle quali siamo raccontati.

Un gioco e un rito, dell’inizio e della fine

Scegliere i libri necessari, necessari come portarsi l’anima nel bagaglio, necessari come l’unica “cosa” veramente mia, necessari come la scelta dell’essenziale quando il tempo è limitato e lo spazio sarà altro, lontano dal campo base.

Dimenticarsi un libro che avrei voluto leggere, questa è una vera ansia, l’unica paragonabile alla dimenticanza delle scarpe giuste per camminare.

Il resto si può sempre recuperare, ricomprare, farne a meno.

L’adrenalina dell’ultimo giorno prima della partenza è quasi tutta scatenata dalla scelta dei libri.

Quest’anno però ne è arrivata di meno.

Forse perché, dopo anni di digiuno telematico, nel minuscolo paesucolo istriano dove passiamo gran parte delle vacanze, abbiamo la rete.

E con la rete anche di molti libri si può – nello sciagurato caso d’averlo lasciato nella scaffalatura sbagliata, mentre se ne stava sfogliando un altro – trovare un e-book sostitutivo.

Ma tra i milioni di e-book può dannatamente mancare il tuo, quello che si rivela decisivo mentre stai scrivendo e proprio lui riappare come un fantasma persecutorio alla memoria.