Rivista di Psicologia Analitica
dal 1989 al 2010
Rivista di Psicologia Analitica
Articoli di Romano Màdera
pubblicati dal 1989 al 2010
Rivista di Psicologia Analitica
Articoli di Romano Màdera
pubblicati dal 1989 al 2010
La Rivista di Psicologia Analitica è la più antica pubblicazione Junghiana italiana. Fondata nel 1970 da un gruppo di cinque analisti Junghiani ha pubblicato a cadenza semestrale oltre 100 volumi di rigorosa attinenza monografica.
La sua storia e i suoi volumi che si sono succeduti senza soluzione di continuità per cinquant’anni, fanno della Rivista la più preziosa testimonianza storica dello sviluppo della Psicologia analitica in Italia.
Liber Novus: la novità dello spirito nell’Opera al Rosso
Nuova serie n.30, Volume 82/2010
Il Crogiolo Junghiano
pag.75
Nuova serie n.30, Volume 82/2010
Il Crogiolo Junghiano
pag.75
Liber Novus: la novità dello spirito nell’Opera al Rosso
In un incontro con Sara Corbett che ha scritto per The New York Times Magazine (20 Settembre 2009) un lungo articolo, intitolato «The Holy Grail of the Unconscious», Sonu Shamdasani, che ha speso un decennio di lavoro per pubblicare il Liber novus (o Libro Rosso), trova amusing che gli junghiani si precipitino a programmare conferenze e dibattiti subito dopo la pubblicazione.
Shamdasani dichiara di essere curioso di cosa diranno, visto che il libro è uscito da poco e che a lui sono serviti anni per avere la sensazione di averci capito qualcosa.
L’ironia del curatore è giustificata e mi ha fatto dubitare non poco della sensatezza di scrivere un articolo su un testo che richiede un avvicinamento graduale, paziente, meditato.
Ma proprio alcune affermazioni di Shamdasani mi hanno convinto ad autorizzami.
Il piacere riempitivo e l’ossessione del nulla; il piacere di vivere e il sapere del limite
Nuova serie n.29, Volume 81/2010
Psiche e politica
pag.269
Nuova serie n.29, Volume 81/2010
Psiche e politica
pag.269
Il piacere riempitivo e l’ossessione del nulla;
il piacere di vivere e il sapere del limite
Il piacere riempitivo
e l’ossessione del nulla;
il piacere di vivere
e il sapere del limite
La redazione della Rivista di Psicologia Analitica ringrazia l’Istituto di psicologia somatorelazionale (IPSO), di impostazione reichiana e loweniana, per aver concesso l’autorizzazione alla pubblicazione.
Intervento all’incontro L’ombra del potere su Wilhelm Reich (Università di Milano Bicocca, 26 e 27 ottobre 2007)
Se cerco di immaginare lo sguardo di Reich sul nostro mondo, a mezzo secolo dalla sua morte, ne sento lo sconforto.
È ovvio supporre che si tratti di una mia proiezione, ma forse questa proiezione è, nello stesso tempo, una interiorizzazione di uno scambio empatico con la sua
opera e le sue speranze.
C. G. Jung come precursore di una filosofia per l’anima
Nuova serie n.24, Volume 76/2007
Nuova serie n.24, Volume 76/2007
Questo numero della Rivista di Psicologia analitica non è disponibile.
L’articolo è riportato in Una filosofia per l’anima, II.2, pag. 187 di.
Il volume in pdf è scaricabile gratuitamente dal sito di Philo
Il senso di psiche. Una filosofia per l’anima
Nuova serie n.24, Volume 76/2007
Nuova serie n.24, Volume 76/2007
Questo numero della Rivista di Psicologia analitica non è disponibile.
Recensione: Giorgio Sassanelli, Itinerari e figure della passione, Antigone Edizioni, Torino, 2008
Nuova serie n.26, Volume 78/2008
Umwelt. Il divenire della rappresentazione
pag.279
Nuova serie n.26, Volume 78/2008
Umwelt. Il divenire della rappresentazione
pag.279
Recensione:
Giorgio Sassanelli,
Itinerari e figure della passione
Antigone Edizioni, Torino, 2008
Questo è un grande libro.
Come nei confronti di tutti i libri di questo genere, il lavoro del recensore assomiglia a una specie di scelta infelice obbligatoria: parlare della struttura e quindi del pensiero, puntare all’essenziale, penalizza proprio l’essenziale, poiché la caratteristica essenziale di un grande libro è quella di articolare una cellula strutturale, o un tema portante, in una fioritura meravigliosa di variazioni che la esaltano, proprio mentre la sottraggono alla sua enunciazione; scegliere, rapsodicamente, fior da fiore, esemplifica invece la brillante tessitura del grande libro, ma ne tradisce lo spirito guida fino a proporne una lettura estetizzante, come se l’autore avesse indugiato a mostrare la sua bravura.
Tenterò la prima via, con l’avvertenza già data che, per apprezzare veramente anche solo un tratto del disegno strutturale, è, in questi casi, indispensabile accedere al testo integrale.
Questa peraltro è la funzione di una recensione: spingere al testo.
Recensione: L. Ravasi Bellocchio, Sogni senza sbarre, Milano, Raffaello Cortina, 2005
Nuova serie n.22, Volume 74/2006
Cure analitiche e psicosi. Polifonia per Ofelia
pag.191
Nuova serie n.22, Volume 74/2006
Cure analitiche e psicosi. Polifonia per Ofelia
pag.191
Recensione:
Lella Ravasi Bellocchio,
Sogni senza sbarre
Milano, Raffaello Cortina, 2005
Chiamata per un incontro in carcere sulla relazione materna dall’associazione «Bambini senza sbarre» – che si occupa di aiutare le detenute nel rapporto con i figli, sia mentre stanno con la madre per i primi tre anni, sia dopo, quando vengono affidati a parenti o a istituti – Lella Ravasi Bellocchio ha colto l’occasione per proporre un lavoro analitico sui sogni a un gruppo di donne autoselezionato.
Ha colto l’occasione, o si è sentita chiamata, come suggerisce il titolo di un suo capitolo che dice di questa scelta, riprendendo Jung: «Vocatus atque non vocatus deus aderit».
Come è giusto che sia nel nostro tempo il dio non chiama, il più delle volte, dalla protetta, confortevole, esteticamente accurata oscurità del tempio, o dalle parole deputate al sacro, il dio chiama nell’imprevisto, dissimulato nella voce di un’amica e nella proposta di un incontro, ma l’esigenza perturbante della sua voce si fa tagliente quando si rivela l’insolito temenos del suo rito: le «otto porte di ferro» che schiudono il continente, perduto alla routinaria percezione del nostro mondo, della galera e della sua umanità sconciata.
Certo sconciata dalla storia sociale, ma anche da se stessa e, infine, dalla reclusione istituzionale.
Qui il coraggio, da lei stessa definito «un po’ incosciente», di un’analista per vocazione, oltre che per mestiere, ha risposto alla provocazione del dio occultato nel caso, e ha risposto un sì pieno, un «eccomi», come si conviene negli istanti-svolta dell’esistenza.
Cosi il rito incerto e selvaggio di un gruppo di detenute dentro una stanza sbrecciata, eppure dipinta da una nostalgia di fioritura, è riuscito a imporsi sulle rigidità calcificate del normale setting analitico. Secondo le parole dell’autrice è stata «un’esperienza di frontiera» (p. 8), che spinge alla sua iperbole il detto di Jung secondo il quale «ogni nuova analisi è un lavoro da pionieri» (p. 25).
Che cosa è l'analisi biografica a orientamento filosofico?
Nuova serie n. 21, Volume 73/2006
Passione e vita psichica
pag.157
Nuova serie n. 21, Volume 73/2006
Passione e vita psichica
pag.157
Che cosa è l'analisi biografica a orientamento filosofico?
Che cosa è l’analisi biografica a orientamento filosofico?
È un’analisi che ha il sapere biografico, implicito ed esplicito, come sua origine e suo metodo.
Il sapere biografico è un insieme di saperi, naturali, impliciti, quotidiani, specialistici,
indissolubilmente connotati da vissuti emotivi e affettivi, raccolti in racconti della vita di una persona. Il sapere biografico è materia e forma in movimento, in costruzione ininterrotta, che viene – nell’analisi – sottoposto a disamina in ogni sua parte, particolare per particolare, nesso per nesso, cosi da rintracciarne e da tesserne le trame presenti, passate e possibili.
Noi sappiamo sempre qualcosa della vita che conduciamo, e ne sappiamo sempre troppo poco.
Quel poco è più implicito che esplicito, soprattutto è un sapere presunto perché non è stato riconosciuto come sapere da altri e con altri.
L’analisi biografica è, quindi, il percorso che tende a rendere esplicito l’implicito con l’aiuto di
un altro, di un testimone privilegiato con il quale si condivide l’esperienza della ricerca e della costruzione. Il sapere autobiografico e il sapere biografico qui fanno circolo: ogni autobiografia è costruita con materiali narrativi detti da altri, presuppone quindi una biografia almeno implicita dalla quale si prendono le mosse; nell’analisi biografica il racconto autobiografico diventa a sua volta materiale di una nuova biografia a quattro mani, composta dall’analista e dall’analizzante che, a sua volta sarà il materiale di un nuovo racconto autobiografico.
Sull'ascolto in analisi: riflessioni per corrispondenza tra Paolo Aite e Romano Màdera
Nuova serie n. 19, Volume 71/2005
Risonanze all'ascolto
pag.15
Nuova serie n. 19, Volume 71/2005
Risonanze all'ascolto
pag.15
Sull'ascolto in analisi:riflessioni per corrispondenza
tra Paolo Aite e Romano Màdera
Sull'ascolto in analisi:
riflessioni per corrispondenza
tra Paolo Aite e Romano Màdera
Caro Romano,
interrogarsi oggi sull’ascolto, sullo strumento percettivo e trasformativo del lavoro analitico, mi sembra di grande attualità.
La cura della psiche con mezzi psichici secondo il modello analitico sta segnando il passo davanti ai grandi progressi delle scienze naturali e al dilagare di varie forme di psicoterapia.
Lo scopo di questo numero è stimolare un dialogo che approfondisca sempre più lo specifico del lavoro analitico ma al tempo stesso apra un confronto con altre discipline che credono nell’ascolto come fondamento di un dialogo trasformativo.
La partecipazione a questo numero di analisti di altra scuola (Ferro e Salvo) come di studiosi esterni all’analisi (Sclavi), sono un primo segno del nostro desiderio di confrontarci per guardare attentamente il fenomeno e studiarlo.
Dopo la lettura degli articoli e la riflessione condivisa con i colleghi della redazione, si sono riattivate in me alcune domande di carattere generale.
È come un partire dalle origini, rivisitare dei termini che sono serviti alla ricerca analitica per delimitare la complessità dell’evento «ascolto».
Te ne faccio un semplice esempio: ho ben compreso la parola-immagine suggerita da Freud di «ascolto fluttuante»?
Quando l'oscurità dell'anima vuole essere pensata
Nuova serie n. 17, Volume 69/2004
La perdita. Lutti e trasformazioni
pag.99
Nuova serie n. 17, Volume 69/2004
La perdita. Lutti e trasformazioni
pag.99
Quando l'oscurità dell'anima vuole essere pensata
L’inafferrabilità del dolore depressivo lascia un suo estenuato riflesso anche nei tentativi di circoscriverlo intellettualmente: l’accumularsi dei punti di vista psichiatrici, psicodinamici, biochimici e farmacologici, sembra esondare oltre gli argini di una comprensione ordinata e concrescere caoticamente.
In una complessa ricerca, che intreccia la storia della psichiatria, della psicodinamica, della farmacologia e delle rappresentazioni collettive della depressione, Alain Ehrenberg (1) scrive, riportando il giudizio di importanti specialisti:
«Haynal lo sottolinea […]: ‘Le continue discussioni di criteriologia ci avvertono del fatto che noi non sappiamo più di che cosa parliamo, quando ad esempio parliamo di malati depressivi’» (2).
Ma non sembra chiara neppure la relazione tra farmacologia e clinica se, a proposito degli psicofarmaci che inibiscono selettivamente la ricaptazione della serotonina (ISRS), si può scrivere:
«Di qui l’interrogativo sulla liceità stessa del termine ‘antidepressivo’, che psichiatri e farmacologi non sanno più esattamente come definire. L’impiego degli antidepressivi – nota un farmacologo – trascende ormai completamente il trattamento della depressione, e ciò pone il problema di sapere che cos’è realmente un antidepressivo’. La pluralità dei casi più o meno ben determinati in cui l’impiego delle nuove molecole si rivela efficace, è tale che la nozione di depressione sconfina ormai ben oltre la sindrome cui dà il nome. Perché allora non leggere, in questo sconfinamento, la conclusione più logica della storia della depressione?
Non è forse una patologia indefinibile, una malattia ingannevole, un concetto di ‘dubbia esplicazione ma di forte implicazione nell’organizzazione globale dell’individuo’, insomma, una risposta globale del comportamento individuale? In una malattia che pare essere la matrice di tutte le malattie non possono non trovare ‘terreno fertile [anche] tutti gli altri disturbi psichiatrici’» (3).
L'inventario e la traduzione. Psicologia analitica e pratica filosofica
Nuova serie n. 16, Volume 68/2003
L'analista plurimo. Trasversalità e appartenenza
pag.127
Nuova serie n. 16, Volume 68/2003
L'analista plurimo. Trasversalità e appartenenza
pag.127
L'inventario e la traduzione.
Psicologia analitica e pratica filosofica
L'inventario e la traduzione.
Psicologia analitica
e pratica filosofica
«Chiuso per inventario» si trova scritto in certi periodi dell’anno sulle porte di negozi e di ιmprese, una buona metafora per dire la ricerca, in un posto noto, provvisoriamente chiuso all’esterno, di quel che si ha ma non si sa di avere, o di quel che ha fatto il suo tempo e deve lasciar spazio ad altro.
Alcuni aspetti dell’analisi sono simili a un inventario. Ci sono lati della personalità, capacità, sensibilità, che sono andati perduti o sono ottusi, e che pure
potrebbero essere messi al lavoro per fronteggiare, o attraversare, o sciogliere, nodi problematici che la vita non
consente più di eludere. Per poter ritrovare cose e dar loro un nome e un ordine, si deve chiudere per un certo tempo la porta di comunicazione con l’esterno, così come si fa nella stanza isolata dell’incontro analitico.
Mi è venuto in mente questo procedimento adesso, mentre rifletto su quali e quante predisposizioni mi accompagnino quando ascolto o intervengo nel dialogo con un
analizzante.
Perché un inventario? Perché la risposta è così complessa da doverne disperare.
Viene il sospetto che anche il discorrere sull’intreccciarsi di sistemi di riferimento teorici diversi sia unidimensionale e troppo tradisca quel momento, quello stato d’animo, quella parola.
Avrei quindi bisogno di un inventario, sperando di trovare, attraverso questa operazione, un nuovo ordine per molte cose sfuggite.
Ma un inventario di questo genere corrisponderebbe a quel che ho chiamato «mitobiografia storica», insomma all’insieme di influenze, di azioni, di forme di percezione, di idee e di valori – nel loro processo di cambiamento – che potrebbero rappresentare i motivi portanti della vita stessa di una persona.
Forse che il mio ascolto non deve qualcosa ai miei familiari, alle mie ferite, alle mie preferenze, oltre che alla mia formazione analitica e ai diversi modelli di psicoterapia che ho incontrato?
Eppure, questa stessa affermazione non suona riconducibile proprio a quanto pensava Jung che «il metodo è l’analista»?
Mitobiografia come terapia e come ricerca della saggezza
Nuova serie n. 14, Volume 66/2002
Eclissi della soggettività? Necessità del confronto
pag.13
Nuova serie n. 14, Volume 66/2002
Eclissi della soggettività? Necessità del confronto
pag.13
Mitobiografia come terapia
e come ricerca della saggezza
Siamo spesso invitati, sembra quasi un’ossessione, a chiederci se la psicoanalisi abbia un futuro, se la famosa «era della tecnica» non possa sostituire la lunga e faticosa pratica dell’ascolto della psiche inconscia con tecniche più efficaci e più brevi, o, ancora, se tutti i tormenti dell’anima non possano in definitiva essere meglio affrontati dalla psicofarmacologia che sarà prodotta dalla ricerca delle neuroscienze.
Lasciando perdere la battuta amara che tutta questa preoccupazione per tempi ed efficienza ha il retrogusto di un grande affare per le ssicurazioni, e di una politica demagogica che risponde a un bisogno svilendo la risposta possibile, andiamo al cuore della questione: è la soggettività, che nell’analisi è in primo piano, ad essere in sospetto di inutilità e quindi di disvalore, almeno se concepita come via di indagine e di trasformazione.
La «soggettività» futura, tanto secondo i nuovi «integrati», quanto secondo i nuovi «apocalittici» – le due opposte visioni differiscono nel tono, ottimistico o pessimistico, ma non nella diagnosi – sopravviverà solo come oggetto di cura e di normalizzazione.
Non c’è dubbio che la tendenza dominante del nostro tempo vada in questa direzione, ma essa ha poco a che fare con la «tecnica», con la «scienza» o con attività e concetti di questo genere.
Qui mi devo limitare alla affermazione, sarebbe ridicolo provare a discutere in poche righe una corrente di pensiero che, in diverse formulazioni a volte distantissime – si va dall’heideggerismo fino a una ennesima riedizione del materialismo volgare – pensa «la tecnica» e/o «la scienza» come il fattore che plasma la nostra civiltà (1).
Recensione: A. Bottani, N. Vassallo (a cura di), Identita' personale. Un dibattito aperto. Loffredo editore, Napoli, 2001, pp. 471.
Nuova serie n.14, Volume 66/2002
Eclissi della soggettività? Necessità del confronto
pag.167
Nuova serie n.14, Volume 66/2002
Eclissi della soggettività? Necessità del confronto
pag.167
Recensione:
A. Bottani, N. Vassallo (a cura di),
Identita' personale. Un dibattito aperto.
Loffredo editore, Napoli, 2001, pp. 471
Se siete già convinti che sull’identità personale il dibattito è aperto e tale rimane, questo
volume vi darà quasi 500 pagine di buone motivazioni per sostenere con competenza
la vostra convinzione, se invece pensate di avere una risposta alla questione, allora potreste sfidarvi a metterla alla prova confrontandola con le stimolanti e contrastanti versioni filosofiche (analitiche, neoaristoteliche, decostruzioniste … ) e psicologiche raccolte in questo libro.
Difficile, al primo impatto, evitare un sorriso di complicità con l’esordio di Evandro Agazzi: «Quello dell’identità personale può essere considerato come un buon esempio di quei problemi circa i quali il dibattito filosofico, ben più che chiarire, è riuscito a complicare e confondere concetti che il senso comune (lungi dal condividerli a motivo di una sua prestesa «ingenuità») possiede e utilizza in modo non problematico, in quanto si fondano su un’autentica evidenza fenomenologica» (p. 21 ).
Editoriale
Nuova serie n. 13, Volume 65/2002
Il terrore nell'anima
pag.7
Nuova serie n. 13, Volume 65/2002
Il terrore nell'anima
pag.7
Editoriale
«Nulla sarà più come prima», questa frase fin troppo ripetuta e, forse, eccessivamente enfatica, può essere però il modo più semplice per dire un’emozione comune dopo l’undici settembre, dopo il crollo, in un colpo solo, delle torri del World Trade Center e dell’onnipotenza di cui erano monumento.
Emozioni in diverso modo condivise dentro e fuori dalla stanza analitica, nel bisogno di trovarsi, di cercare un senso, di tornare a un pensiero-contenitore – almeno per quanto possibile – di qualcosa di incontenibile, piombato nella realtà e nell’immaginario. Il nostro mondo interno si è trovato, come quello esterno, ad essere scosso, attraversato da sogni e immagini attorno a quell’impossibile che si è trasformato di colpo in ovvio.
E che rischia, in quanto tale, di precipitare nel rimosso.
Nulla sarà più come prima, o no?
L’immagine ripetuta di quelle torri tranciate e fatte polvere si è impressa ben oltre quello che siamo in grado di riconoscere, e può diventare un’occasione di cambiamento oppure ristagnare nella palude di una visione che produce, difensivamente, un consumo in più.
Come Rivista di Psicologia Analitica, sotto l’urgenza dei fatti del mondo esterno e interno, ci siamo trovati a uscire dalla tana e a rischiare di mettere in parola le emozioni che abbiamo sentito circolare, potenti.
Molti di noi e dei colleghi che ci hanno offerto i loro lavori, sono tornati a pensare agli anni sessanta, ai testi fondamentali sulla guerra di Franco Fornari, al suo tentativo (interrotto purtroppo dalla morte precoce) di unire dialetticamente l’inconscio e il reale, di riconoscere le dinamiche psichiche distruttive eppure di muoversi verso l’oggetto d’amore da salvare.
Se il centro del mondo si azzera
Nuova serie n. 13, Volume 65/2002
Il terrore nell'anima
pag.61
Nuova serie n. 13, Volume 65/2002
Il terrore nell'anima
pag.61
Se il centro del mondo si azzera
Il crollo delle torri gemelle del World Trade Center ha una risonanza nella stanza dell’analisi?
E, se si risponde affermativamente, quale risonanza ha?
Viceversa: quello che accade nella stanza dell’analisi può aiutare a capire la dimensione immaginaria e simbolica di ciò che awiene nel mondo?
Oppure gli eventi del mondo, per quanto impressionanti, importanti e tremendi, giocano per la psiche la parte della copertura sintomatica, alludendo al suo romanzo familiare e al suo copione patologico?
Queste sono state le mie domande dopo l’attentato, così ho deciso di raccogliere e di annotare le reazioni di chi fa analisi con me, insieme alle mie, per poterle pensare, e per pensarle nel contesto di una domanda teorica di fondo: come intendo, quale è la mia posizione intorno alla relazione di anima e mondo?
Mi sono perdonato l’enormità della domanda, rivolgendomi l’esortazione: e se non ora, se questo non è il tempo opportuno per rivolgersi questa domanda e per tentarne una risposta, quando il tempo opportuno verrà, che cosa devo aspettare ancora?
Riporterò brevemente, come primo passo, i risultati delle mie osservazioni. Non potendo qui, e non credendo più probante, passare in rassegna una casistica estesa e precisa, che si dilunghi per centinaia di pagine, comunque esposte a interpretazioni alternative, mi riferirò all’unico criterio secondo me utile nel confronto su materiale clinico, e cioè alla valutazione del potenziale euristico di quanto si espone, se trasposto, da altri analisti, sulla loro esperienza personale e sul loro materiale clinico.
Dunque la validità di ciò che dirò la lascio provare dal volume di senso che è capace di produrre nel consenso esperto, o nel dissenso, degli altri ricercatori.
Recensione: Amalia Mele, Da un'altra vita. L'antropologia della cura. Napoli, Guida, 2000
Nuova serie n.12, Volume 64/2001
Psiche e psichiatria
pag.246
Nuova serie n.12, Volume 64/2001
Psiche e psichiatria
pag.246
Recensione:
Amalia Mele, Da un'altra vita.
L'antropologia della cura
Napoli, Guida, 2000
Fin dal titolo del capitolo iniziale «Post-180» siamo portati al centro, al discrimine storico
che segna il prima e il dopo della cura psichiatrica, in Italia e non solo. E’ la svolta in un percorso di tremenda oppressione e di inesausti tentativi di riparazione del «guasto» della condizione umana definita «psicosi».
L’autrice ricorda i passaggi essenziali: la liberazione senza cura medioevale e rinascimentale; l’internamento economico proprio del costituirsi della società capitalistica sino alla fine del XVIII secolo; l’internamento ospedaliero nell’epoca della società industriale e, infine; nella seconda metà del Novecento, il passaggio, in Italia, alla psichiatria anti istituzionalizzante e al concetto
di salute mentale, e, in Inghilterra, all’antipsichiatria.
L’idea della «salute mentale» è un’estensione dei principi del Welfare e del «diritto alla salute» che, implicitamente, gia apre l’orizzonte di senso psichiatrico a quello antropologico: si pensa cioè a prevenire e a curare «guasti» – limitazioni e danni – che appartengono al corpo sociale e che si manifestano in modi specifici.
La psichiatria diventa cosi cura «particolare di una sofferenza più diffusa» (p. 22).
Ma la «liberazione dall’ospedale psichiatrico» ha «incrociato in modo imprevisto» lo smantellamento progressivo del Welfare, incominciato proprio in Gran Bretagna con il thatcherismo.
Desertificazione spirituale, dissociazione psichica e sogni di una nuova età
Nuova serie n. 9, Volume 61/2000
Sogni di una nuova era?
pag.61
Nuova serie n. 9, Volume 61/2000
Sogni di una nuova era?
pag.61
Desertificazione spirituale, dissociazione psichica
e sogni di una nuova età
Desertificazione spirituale,
dissociazione psichica
e sogni di una nuova età
Straordinariamente preveggenti per le condizioni culturali dei cinquant’anni trascorsi dalla fine della seconda guerra mondiale si sono rivelate le intuizioni di Jung.
Intuizioni peraltro sostenute dalle conclusioni della sua teoria e della sua clinica.
In un grande affresco che abbraccia gli ultimi tre secoli, partendo dalle ricerche sul simbolismo del Sé nella gnosi, nel cristianesimo e nell’alchimia, raccolte in Aión, Jung ridà fulmineamente l’essenza del suo
ragionamento in una definizione: la nostra è l’epoca anticristiana e il «rivolgimento di tutti i valori è sotto gli occhi di tutti» (1).
Il suo sarcasmo usa la sentenza e il programma nietzscheano per mostrare i risultati catastrofici
di una regressione spirituale inevitabile quando si pretenda di tagliare le proprie radici, e quando di una enormità del genere si impossessino la propaganda politica e il mimetismo collettivo.
Con l’occhio acuto della critica sociale conservatrice coglie, negli opposti totalitarismi, la soluzione del problema del lavoro come ritorno al paganesimo del sistema schiavistico, ma aggiunge che il realismo razionalista del mondo libero corrompe ogni energia psichica e getta la coscienza nell’esilio disperato dell’immanenza.
Se il disagio materiale contrassegna la metà schiavizzata del mondo, il disagio psichico dilagherà nell’altra.
Recensione: Lella Ravasi Bellocchio, Come il destino. Lo sguardo della fiaba sull'esperienza autistica, Milano, Raffaello Cortina Editore, 1999.
Nuova serie n.8, Volume 60/1999
L'istanza del finire: riflessioni sulla conclusione
pag.206
Nuova serie n.8, Volume 60/1999
L'istanza del finire: riflessioni sulla conclusione
pag.206
Recensione:
Lella Ravasi Bellocchio, Come il destino.
Lo sguardo della fiaba sull'esperienza autistica
Milano, Raffaello Cortina Editore, 1999
Recensione:
Lella Ravasi Bellocchio,
Come il destino. Lo sguardo
della fiaba sull'esperienza autistica
Milano, Raffaello Cortina Editore, 1999
Il caso vuole che questa recensione al libro di Lella Ravasi Bellocchio compaia nel numero
della Rivista di Psicologia Analitica dedicato alla fine dell’analisi, argomento che non appare a prima vista in Come il destino.
Il testo intreccia le storie della fiaba «La Regina della Neve» di Andersen a storie di analisi che, dietro e insieme a diverse sintomatologie (dal bolo isterico alla bipolarità maniaco-depressiva, all’anoressia-bulimia, all’ossessività e alla depressione, all’angoscia di morte e alle incertezze dell’identità) lasciano scorgere residui autistici.
Si tratterebbe infatti di una sorta
di nucleo autistico incistato in persone «normalmente nevrotiche», simile a quello dell’autismo infantile primario (affrontato nel primo dei casi narrati).
Già questa impostazione suggerisce un’intuizione teorica profonda, dunque una ipotesi che andrebbe adeguatamente discussa (il che è ovviamente vietato in una recensione), perché si avvia nuovamente, anche se diversamente, per un sentiero interrotto nella storia della psichiatria diνamica, e che possiamo formulare approssimativamente così: «e se le diverse sindromi fossero riconducibili a una sorta di psicopatologia unica?». L’ipotesi sarebbe questa: all’origine delle diverse forme psicopatologiche
starebbe il mancato incontro fra le possibilità della madre di contenere le angosce di sepa-
razione del bambino e le possibilità del bambino di affidare le sue angosce alla capacità di cura della madre. Il rifugio autistico costituirebbe così un tentativo difensivo di protezione dalla ferita inferta dall’angoscia di scissione della diade originaria (andrebbe forse aggiunta l’opposta angoscia, che compare comunque tanto nel testo della Ravasi quanto
in quello della Tustin, più volte citato: l’angoscia di una fusione che annulla, «il buio della
pancia», lo «strangolamento in legami troppo stretti», come si dice alle pp. 137 e 143).
Non dovevo nascere belva Mamma Io ero un fiore
Nuova serie n. 5, Volume 57/1998
Vitalità del negativo: creatività e distruttività in analisi
pag.63
Nuova serie n. 5, Volume 57/1998
Vitalità del negativo: creatività e distruttività in analisi
pag.63
Non dovevo nascere belva
Mamma
Io ero un fiore
Guardo alla scrittura di un caso in una prospettiva ormai lontana dal modello della dimostrazione «sperimentale» di una tesi generale sulla psiche umana, vorrei invece tentare di esprimere, sinteticamente, un percorso significativo che possa essere utilizzato da altri secondo affinità.
II racconto suscita fantasie teoriche di somiglianze che possono servire a cogliere la trama di altri casi per vicinanza o che ne fanno risaltare, per contrasto, la specificità.
Per questi motivi parlero di «immaginazioni teoriche»: per marcare, anche nella terminologia, il riferirsi del pensiero alla sua genesi nelle immagini in azione nella relazione.
Per facilitare la lettura dei frammenti di racconto e di pensiero che vorrebbero far intuire I’atmosfera dei vissuti e della riflessione, ne premetto le affermazioni portanti.
a) L’aggressività come attacco distruttivo è visibile in natura, nel modo più chiaro e generale, nel divorare la preda, I’altro. La belva feroce ne è la metafora più comune.
b) II divorare ingloba, invade e annulla lo spazio dell’altro e I’altro stesso. Non c’è più sviluppo possibile dell’azione reciproca: il tempo è finito, bloccato (non c’è più successione ne comparazione possibile fra due momenti).
c) L’invadere inglobando, proprio dell’aggressività distruttiva, rimanda, nel vissuto biografico di ciascuno, alla simbiosi originaria del bambino con, e nella, madre. La distruttività appare come gesto tendente a ricostituire la condizione simbiotica invadendo lo spazio dell’altro fino ad annullare ogni confine (nella prima scena che commenterò i confini del gioco e della sabbiera sono violati, e una belva feroce, in un panorama di distruzione, minaccia una bambina chiusa in una campana di vetro).
La spiritualità di Ernst Bernhard nel contesto della psicologia analitica
Nuova serie n.2, Volume 54/1996
Maestro scomodi. Ernst Bernhard, Buber e Jung
pag.131
Nuova serie n.2, Volume 54/1996
Maestro scomodi. Ernst Bernhard, Buber e Jung
pag.131
La spiritualità di Ernst Bernhard
nel contesto della psicologia analitica
Che cosa rappresenta Ernst Bernhard per la psicologia analitica? La domanda è inevitabile perché era proprio Bernhard a interpretare la «psicologia analitica» come «psicologia del processo di individuazione» (1).
Possiamo allora riformulare così la domanda: dato che la psicologia analitica ha le sue origini nel pensiero e nell’attività di C. G. Jung, cosa c’è di «bernhardiano in Bernhard» (2), qual è la sua differenza specifica nei confronti dei fondamenti junghiani della psicologia analitica?
La risposta, quanto a me, è semplice. La spiritualità di Bernhard (3).
Risposta che ha bisogno di molti chiarimenti.
Non è forse una delle caratteristiche distintive della psicologia junghiana, quella di aver sottratto sentimenti e visioni religiose al riduzionismo tipico di Freud, a sua volta rappresentante eminente delle tendenze, dominanti nella modernità, che spiegano l’esperienza del sacro come illusione o errore, immaturità o ideologia? Certo che sì (4).
Ma la spiritualità di Bernhard non è solo una variazione sui grandi temi junghiani. C’è una tensione, e forte. Non credo riconducibile alla diversità dei temperamenti (5).
O meglio, il temperamento è un complesso armonico che l’intera esistenza raffina. E nasce in un’atmosfera che lo nutre, e colora e trasforma il suo ambiente originario,
facendone un mondo. Il suo mondo.
Andiamo allora verso il punto di innesco, dove Bernhard apre la sua dimensione, allontanandosi dalla corrente della scuola cui apparteneva.
La psicoanalisi come sintomo della crisi del patriarcato
Nuova serie n.1, Volume 53/1996
Io siamo. Il femminile e l’altro
pag.37
Nuova serie n.1, Volume 53/1996
Io siamo. Il femminile e l’altro
pag.37
La psicoanalisi come sintomo
della crisi del patriarcato
È strana l’insensibilità alle parole che si sente spesso circolare dentro discorsi e scritti degli psicoanalisti. Gran parte del vocabolario freudiano è ancora in uso, anche quello che si riferisce alla femminilità e alla sessualità femminile: «invidia del pene», «donna fallica» e l’insieme dei concetti legati a questa terminologia. Spesso con significato mutato, inseriti in un modello relazionale e non più pulsionale, da chi tiene conto di cosa è cambiato dalla Klein e da Fairbairn in poi, a volte inseriti, per marcare la propria apertura o disinvoltura, in altri contesti teorici, come quello della psicologia analitica.
A profusione poi queste espressioni compaiono come vaghe metafore, con sovrano dispregio delle teorie e in nome di una «clinica» che, più o meno miracolosamente, riesce ad elevarsi oltre i pensieri, dei quali, volente o no, continua ad essere imbevuta, soprattutto quando crede di poterne fare a meno.
Perché non usare per le parole, e le teorie sono prima di ogni altra cosa parole, quella attenta, religiosa considerazione, che riserviamo loro, appunto, nella clinica, quando ne esploriamo il contesto con attenzione più amorosa di quella dei filologi?
Il gioco della sabbia come gioco del mondo
Volume 50/1994
Sognando con le mani
pag.181
Volume 50/1994
Sognando con le mani
pag.181
Il gioco della sabbia come gioco del mondo
I. Un cassetto scoperchiato, una scatola vuota, un rettangolo di cielo – o di mare ? -, forse di lago. E un ombra di giudizio, che sguscia accanto, accompagna l’abbandono, che vuole ingenuità, al piacere del gioco. Giocare ancora e guardare discosti. Tenerezza e malinconia, insieme.
Come un momento, allora, lasciati sulla terra, un corpo cresciuto dall’erba, una scia bianca, altissima, avvolti, rotolati lassù – finalmente liberi di respirare l’azzurro del cielo.
La sabbiera dal fondo azzurro: traverso dai dodici ai sedici anni per accostarla. E si apre su un ricordo ancora più lontano, un pomeriggio di primavera matura. Una radura nel bosco, c’eravamo andati quel giorno per poco, subito oltre le ultime case – per sentire l’odore forte, il sapore assolato dell’erba prima del taglio? Per fuggire in un altro mondo, indefinito quanto un quadrato di cielo, un pertugio segreto su una infinità vuota ma calda, e serena? Anche allora, più tenue, già s’affacciava il dubbio di impraticabili, fantasticanti e non più credibili rifugi. Eppure erano gesti vigorosi, aperti al futuro, impazienti di un quotidiano annoiato. Produzione di un presente pieno contro l’attesa di qualcosa che, già si sapeva, mai sarebbe arrivato. La menzogna della vita adulta che seduce con la promessa di una eternità protetta, offerta dalla garanzia della ripetizione. Ben ordinata. E l’ardimento di un sentimento bruciante, lassù, all’azzurro del cielo e al corpo sommerso nell’erba, quaggiù, promettere dedizione tenacemente inseguirli.
L'eterno ritorno, la ripetizione arcaico-infantile, gli archetipi: Nietzsche, Freud, Jung
Volume 40/1989
Il tempo dell’analisi
pag.181
Volume 40/1989
Il tempo dell’analisi
pag.181
L'eterno ritorno, la ripetizione arcaico-infantile,
gli archetipi: Nietzsche, Freud, Jung
L'eterno ritorno,
la ripetizione arcaico-infantile,
gli archetipi: Nietzsche, Freud, Jung
L’eterno e il tempo, il sacro e il profano, I’origine e I’accadere: questo ordinamento duale dell’esperienza umana, e della totalità nella quale essa prende forma, sembra aver caratterizzato per decine di migliaia di anni homo sapiens.
La stabilità e, con essa e in essa, il significato, appartenevano all’eterno, al sacro, all’origine.
Secondo Eliade I’ossessione primitiva per la conservazione e ossessione per I’essere, cioè, nel suo linguaggio: «per ciò che è assoluto, agisce efficacemente, crea e fa durare le cose» (M. Eliade, // mito dell’eterno ritorno, Torino, Boringhieri 1968, pp. 20-21).
Diventa prevalente nella modernità e nella contemporaneità, invece, una tendenza ad abolire, a svuotare, queste dimensioni, oppure a ridurle a funzioni del tempo, del profano, dell’accadere.

