Rivista di Psicologia Analitica

dal 2011

Rivista di Psicologia Analitica

Articoli di Romano Màdera

pubblicati dal 2011

Rivista di Psicologia Analitica

Articoli di Romano Màdera

pubblicati dal 2011

La Rivista di Psicologia Analitica è la più antica pubblicazione Junghiana italiana. Fondata nel 1970 da un gruppo di cinque analisti Junghiani ha pubblicato a cadenza semestrale oltre 100 volumi di rigorosa attinenza monografica.

La sua storia e i suoi volumi che si sono succeduti senza soluzione di continuità per cinquant’anni, fanno della Rivista la più preziosa testimonianza storica dello sviluppo della Psicologia analitica in Italia.

Terzo interludio

Nell’articolo “Oltre la guerra” si cerca di inserire in una prospettiva “globale” – e quindi adeguata alla nostra epoca – il ripetersi della politica bellicista in un contesto economico-sociale che, essendo appunto “globale”, non può che ritorcere il danno anche sul vincitore.

Questa lunghissima e irrazionale durata della propensione alla guerra richiede che si scavi alla ricerca di una comprensione possibile, nella lunghissima durata della storia della specie, cioè nella dimensione dell’etologia umana.

Per questo, dopo uno sguardo alle condizioni del capitalismo globale e della geopolitica attuale, si cerca di individuare nella permanenza di riflessi comportamentali legati alla pseudospeciazione, il terreno di riproduzione della tendenza alla distruttività sociale reciproca.

Utopisticamente, ma nel senso della ricerca di una direzione di pensiero e di azione, si indicano poi alcuni esercizi spirituali filosofici come possibile messa in campo di una costruzione culturale, con radici nello psichismo profondo, che, facendo tesoro delle tradizioni religiose e non religiose tese alla conquista della pace in sé e nel mondo, ci aiuti ad approfondire il cammino verso una dimensione interiore e sociale favorevole alla pacificazione e alla pace.

Oltre la guerra Invito alla metapolitica

Parlando con alcuni miei interlocutori negli incontri di analisi e cercando con loro di tracciare qualche coordinata per affrontare ansie montanti che nascono in queste settimane dal sentirsi colpiti dalla guerra, siamo ripartiti dalla posizione nella quale ci si trova come ricettori di immagini-notizie. Non si può neppure accennare alle innumerevoli teorie sullo spettatore, né in seduta né qui – dovremmo metterci a studiare il tema, almeno da Diderot a Debord. Però credo sia importante, magari semplificando, porre come punto di partenza la domanda: “quale è la postura, di chi osserva come spettatore che guarda da lontano, (tele-visivo)?”.

La posizione dello spettatore e il sequestro dell’empatia

Dalla critica biblica alle scienze umane – perfino in fisica – è rilevante tenere conto di come avviene l’osservazione. Il “posto nella vita” che occupano gli autori e i lettori è decisivo per poter comprendere un testo o un qualsiasi altro segno. Per chi è quasi travolto dalle immagini della guerra – ed è evidente il coinvolgimento emotivo molto più intenso dell’immagine rispetto alla lettura per via dell’attivazione più diretta e completa dell’apparato percettivo -, e si trova ad essere spettatore di una azione spaventosa, si ricrea una perfetta situazione da incubo: la reazione corporea di fuga, o di attacco, è sospesa, come durante il sonno, perché siamo immobilizzati rispetto all’azione possibile.

Identità di genere e individualità:
tra storia collettiva e biografia

Cercherò di collocare la questione dell’identità di genere e del transgenderismo in un’ottica che prima di tutto cerca di allargare il campo visivo e di accostare il tema-problema della appartenenza sessuale cercando di riposizionarla dentro il mutamento storico-culturale, e quindi psichico, generato nell’epoca della cosiddetta “globalizzazione”, processo le cui premesse si sono date alla fine della seconda guerra mondiale e il cui sviluppo si è rafforzato enormemente con la progressiva integrazione della Cina nel mercato mondiale dagli anni ottanta in poi.

La fine della cultura binaria dei generi e della sessualità è, da questo punto di vista, uno dei fenomeni culturali e sociopsichici più decisivi nel marcare una differenza epocale nella storia della modernità.

Sintomatica è l’apparizione della parola “caos” sia negli studi della sfera affettiva che negli studi di macrosociologia della storia. Il caos degli amori è un’espressione che riprende il titolo di un libro di Ursula Beck-Gernskeim e di Ulrich Beck (1) del 1990, con qualche differenza, il plurale amori al posto del singolare amore. Questa piccola differenza cerca di dire che parlare d’amore è difficile, parlare degli amori anche, ma forse un po’ meno. Al tempo stesso dire che il caos oggi è normale, come scrivono i Beck, cerca di  riprodurre la sensazione, psicologicamente diffusa, di una difficoltà epidemica nelle relazioni intime.

Non credo ci sia bisogno di fermarsi molto su questa percezione.

L’esercizio a servizio dell’Arte di vivere

Romano:
L’esempio della filosofia greco-romana, nella ricostruzione di Pierre Hadot che trova nei testi antichi le testimonianze del suo essere “modo di vivere” e non argomentazione puramente intellettuale ed etica, traccia una via per cercare di rispondere a questa domanda centrale: qual è il senso dell’esercizio, quale direzione, quale orientamento possono avere gli esercizi in una vita, in una biografia?

Gli esercizi erano, nella filosofia antica, il modo in cui cercare di “liberarsi” dalla costrizione di una vita “senza perché”, ciecamente appiattita sulle abitudini consegnate dalle opinioni prevalenti, prigioniera di passioni per ciò che, invece di aiutarci a raggiungere una condizione esistenziale capace di affrontare le asperità degli accadimenti e di perseguire la pienezza delle nostre potenzialità di conoscenza e di azione, ci rende schiavi della ricerca infinita e mai soddisfatta della ricchezza, del potere e della fama.

Queste ultime sono le tre passioni regine dell’infelicità garantita, auto-generatrici dell’insoddisfazione programmatica che ci ha consegnato alla schiavitù del perseguimento senza sosta di un “sempre di più” destinato a sfuggirci perché comunque altro dalla radice della nostra umanità, perché avverso alla ragione e alla sua misura, perché mai soddisfacente per sua stessa dinamica, perché inevitabilmente accompagnato da divoranti preoccupazioni e paure, perché nella sua essenza nemico dell’umanità che ci circonda e della quale siamo parte.

Copertina 107-2023 Rivista di Psicologia Analitica - Màdera website

La cura come condizione originaria della cultura e la cura integrale della vita fin dentro la morte.
Cicely Saunders come esempio della sintesi possibile tra scienza, tecnica, medicina, psicologia e spiritualità.

Prenderò il tema della cura da lontano perché la cura è, per gli umani, ciò che è più lontano, nel senso che il suo posto è l’origine dal punto di vista dell’etologia umana e quindi dell’antropologia – o almeno, per molti credibili studiosi contemporanei di etologia e di antropologia. Proprio sull’importanza originaria della cura nell’evoluzione della cultura che, a sua volta, è la condizione della vita stessa, sociale e singolare, degli umani, Eibl-Eibesfeldt, il più fedele e creativo allievo e continuatore di K. Lorenz, si distanzia dal maestro:

Su questo punto ho un’opinione diversa rispetto a Konrad Lorenz il quale considera l’amore frutto dell’aggressività.

Egli ritiene che la difesa comune contro i nemici sia stato il punto di partenza dell’evoluzione. A tale proposito egli cita il caso delle oche selvatiche, le quali, durante la formazione della coppia, stringono innanzitutto un legame di difesa tramite una minaccia ritualizzata comune contro estranei, e per tutta la vita si mantengono unite in coppia per mezzo del rituale definito ‘saluto di minaccia’. Tuttavia non conosco alcun vertebrato terrestre che sia organizzato in un gruppo fondato sulla sola aggressività.  In tutti i casi in cui l’aggressività è al servizio del legame è comunque possibile dimostrare che anche la cura della prole gioca un ruolo preminente nella vita di questi animali, e che certi segnali derivati da quest’ambito uniscono anche gli adulti. Ciò depone a favore dell’ipotesi che la funzione legante della lotta derivi proprio dalla difesa della famiglia, solo con la difesa dei piccoli si sviluppa infatti la potenzialità di un’azione aggressiva a favore del gruppo.

Il nuovo antichissimo Dio chiamato “Natura”

Prima di tutto, anche per evitare facili contrapposizioni, voglio mettere in chiaro che questo articolo, fortemente critico contro la “passione” per la “natura”, abbracciata da molti come alternativa e rimedio, secondo me ideologico, al dominio della “tecnoscienza”, è scritto da una persona che ama intensamente, e da quando ha memoria, andare per boschi, camminare in costa e nuotare, guardare il cielo di giorno e di notte. Piaceri supremi, insieme a pochi altri. Non mi piace affatto neppure vivere in città, anche se ormai ci ho dovuto passare più della metà della vita.

Ma questo non toglie il fastidio per questa sorta di unanimismo acritico che idoleggia una non meglio specificata “natura”, un sentire-pensare che mi sembra abbia conquistato la parte che vorrebbe opporsi agli attuali rapporti di forza nel mondo, dunque proprio la parte alla quale mi sento di appartenere.
Ma di cosa parliamo quando parliamo della “natura” oggi, in particolare in questo periodo storico, diciamo soprattutto negli ultimi sessanta anni? (1) Spesso non mi sembra affatto che si parli della natura come il cosmo che ci comprende, di cui noi siamo parte: ci saremmo noi da una parte e la natura dallʼaltra. Ovviamente questa divisione dipende da un giudizio negativo sulla “tecnica moderna” e a volte sulla “scienza”, sullʼindustria inquinante etc. etc. Sono luoghi comuni, certo.

Proprio per questo sono importanti indici della mentalità collettiva, peraltro tipica della parte più progressista e, in genere, colta, delle società contemporanee (specie euroamericane, ma non solo).

La pandemia è un rivelatore del Caos dominante,
fuori e dentro di noi

Ogni tanto si scatena una crisi, economica, politica, adesso sanitaria. (1) O una guerra, calda, fredda, metà e metà…

Della pandemia molti hanno parlato come di un “cigno nero”, di un evento imprevedibile.

Davvero? Vorrei provare a guardarlo secondo una prospettiva anamorfica: un “cigno periodico trasformista”, che ogni tanto appare sotto le forme di virus, ogni tanto di guerra, ogni tanto di conti economici e finanziari che non tornano.

Ogni sempre, invece, in catastrofi sociali e psichiche di parti consistenti degli umani.

La disuguaglianza sociale sta crescendo da decenni. Dalla crisi del 2008 non si è certo usciti invertendo la tendenza, sempre più evidente dagli anni Ottanta in poi.

Basta uno sguardo alle tabelle del World Inequality Report del 2018.

Se solo si riuscisse a capire la sentenza di condanna al nostro modo di vivere, di produrre, di consumare che traspare da quei numeri, non potremmo evitare di prendere atto della necessità di trasformazione radicale che si imporrebbe a chi abbia l’ardire di pensare in grande e di guardare lontano.

La Rivista di Psicologia Analitica

La Rivista di Psicologia Analitica: era uno degli esseri mitologici che popolavano la sezione riviste della Feltrinelli di via Manzoni a Milano, un mondo “lontano”, “più alto, per un provinciale come me, uno di un paese del varesotto, nei primi anni settanta del Novecento giovane studente universitario un po’ sperso, che si sentiva straniero in città. La Rivista fa-
ceva parte delle tante cose che imparavo dai miei fratelli, in questo caso dal maggiore, Nuccio, nove anni più di me, che, alla fine del liceo, mi aveva messo in mano un libro di Jung, Il problema dell’inconscio nella psicologia moderna pubblicato da Einaudi. Ai tempi il mio ιnteresse era rivolto a Reich, un vero rivoluzionario, Jung αpparteneva al campo dei conservatori, più o meno illuminati, e la simpatia si era velata di sospetto.

Ma la curiosità per quel mondo rimaneva e la Rivista me la ricordava. Quando nel 1978 cominciai l’analisi con Paolo Aite la caratura della Rivista cominciò a lievitare. Così, quando fui invitato a farne parte – anche la seconda analisi fu con una redattrice della Rivista, Mariella Loriga – ero ovviamente molto, molto intimorito, come è ovvio quando si arriva in un posto che è stato circonfuso per anni da un’aura speciale. E le riunioni di redazione, allora, erano un po’ sussiegose, come nello stile della psicoanalisi del tempo. O comunque così me le ricordo io.

Alla familiarità crescente si è aggiunta negli anni anche una temperie diversa, molto più informale e amicale. Intanto le forme di circolazione dei prodotti culturali più complessi, di ricerca e sperimentazione, come le riviste, sono cambiate radicalmente e la loro circolazione cartacea è ormai quasi impossibile. Di qui la nostra scelta di rinnovamento.

Ma l’edizione cartacea rimarrà, sì, anche per gli affezionati come me: mi piace guardare lo scaffale sul quale i colori accesi della nostra Rivista si fanno subito notare. Non è però un fatto estetico: è che la presenza di tutti quei fascicoli, il segno scritto di cinquanta anni, mostra sensibilmente l’opera comune, qualcosa che non è riducibile a una persona, e neppure alle persone messe insieme una per una.

Come sempre il tutto è più delle parti, dà l’idea di qualcosa che comprende ma supera l’io e i diversi singoli, è una presenza tangibile di una realtà che,  perché è comune ed è capace di durare nel tempo, ci fa sentire e sapere di essere appartenenti a un corso, a una corrente di sostanza umana che non si rattrappisce nel confronto con l’altro, ma, al contrario, si espande e ci fa partecipare a una manifestazione di una forma di “megalopsichia”, di “magnanimità”.

Forme del caos e registro psichico

Premessa metodologica.
Voglio partire da un dato rozzo perché in questi numeri semplici e brutali – al di là della loro approssimazione e dei distinguo che sarebbero necessari dal punto di vista di una metodologia sociologica critica – è condensato il nucleo del mio ragionamento su psiche ed economia: in Grecia negli anni che vanno dal 2010 al 2017, dunque dopo la grande crisi internazionale cominciata nel 2008, il tasso dei suicidi è cresciuto del 35%.

Credo che sarebbe improbabile voler attribuire a un qualche mutamento psichico, collettivo e individuale, questa espansione di rabbia e disperazione che si manifesta come una “bomba atomica” autodistruttiva, scagliata contro il proprio prossimo e contro la fede condivisa, più o meno implicitamente, dalla stragrande maggioranza degli umani, nella validità e bontà della conservazione della vita quasi a “ogni costo”.

Il suicida, tra gli infiniti messaggi che comunica, volente o no, lancia anche questo attacco radicale che denuncia “costi” ai quali non è più disposto a soggiacere per conservarsi in vita.

Caso clinico e frammenti di biografia analitica

Le parole e le definizioni hanno una loro storia che incomincia dall’etimologia ma non è riducibile al suo etimo: è la storia dell’uso di un termine che spesso ne modifica, o persino ne stravolge il significato. Un solo esempio: la definizione di atomo per gli atomisti antichi, prendiamo ad esempio Democrito ed Epicuro, e quella della fisica contemporanea, si riferiscono con lo stesso significante a un significato e a un referente opposto.

L’indivisibilità che caratterizzava l’elemento primo di ogni forma della realtà, si è rovesciata nella
articolazione di particelle subatomiche.

Dunque parlando di “atomo” possiamo parlare di due realtà opposte, una indivisibile e l’altra divisa e probabilmente ancora passibile di ulteriori suddivisioni.

Che relazione ha questo esempio con la questione della scrittura di un “caso clinico”? Quel che vorrei discutere qui è proprio la storia dell’uso del termine che fa da indicatore di genere, voglio cioè interrogarmi e interrogare sulla pertinenza del termine “caso clinico”, di indubbia genealogia
freudiana, in psicoanalisi: quali relazioni di continuità, di discontinuità, di rovesciamento si possono indicare e ipotizzare tra l’uso che Freud fece del termine scrivendo i suoi casi e quello che oggi viene inteso usando la stessa titolazione.

Copertina 96-2017 Rivista di Psicologia Analitica - Màdera website

Recensione:
Claudia Baracchi, Amicizia
Mursia, Milano, 2016

Quando si incontra un libro che ci parla, il desiderio di farlo conoscere agli amici, di poter sapere che ci sarà un tempo comune, anche se rimandato, è un piacere intenso ma delicato, è una proposta che spera uno stare insieme nella solitudine reciproca e asincrona della lettura, è un insinuarsi per interposta persona – l’autrice – nel mondo intimo dell’altro.

Questa è la ragione più seducente della scrittura di una recensione, che così si può far perdonare subito la necessità delle abbreviazioni improprie, dei tagli che nascondono invece che saper accennare.

Dunque voglio dire qualcosa di questo libro sull’amicizia rivolgendomi di proposito agli amici lettori della Rivista di Psicologia Analitica e proprio per questo scegliendo le tracce, volutamente lasciate come tracce disponibili a diversi sondaggi di interpretazione, che nel libro di Claudia Baracchi a me sembrano più interpellanti per il lavoro analitico.

Dirò quindi solo riassuntivamente – sì, questo brutto avverbio dice bene il “male inevitabile” dell’operazione che segue – che il testo spazia largo sull’amicizia, ne considera lo spettro più ampio possibile.

Che i moduli architettonici prescelti vengano dalle matrici greco antiche, filosofiche, soprattutto platoniche e aristoteliche, è una scelta ben meditata.

Prima di tutto perché difficilmente si può trovare disegnato l’arco dell’orizzonte dell’amicizia come in Aristotele: “l’amicizia tra individui […] l’amicizia come solidarietà e coesione politica; l’amicizia nel suo rapporto con la giustizia, e infine l’amicizia come appartenenza
al mondo e vincolo cosmico.” (p. 13).

Un compito inevitabile e impossibile:
l’affinità perturbante della domanda etica e della domanda psicoanalitica

Si può liberarsi dall’etica con la “concezione scientifica del mondo” che aveva Freud?

Scrive Freud al pastore protestante Pfister:

l’etica mi è estranea e Lei è pastore d’anime. Non sto molto a rompermi la testa sul bene e sul male, ma, in media, ho trovato poco “bene” negli uomini. Secondo le mie esperienze, essi non sono per la maggior parte che gentaglia, sia che professino a gran voce questa o quella dottrina etica, o nessuna. Questo Lei non può dirlo ad alta voce, e forse neppure pensarlo, benché sia difficile che la Sua esperienza di vita sia stata molto diversa dalla mia […] (1).

Sempre Freud a Pfister nel 1929: Lei ha anche ragione di ricordare che l’analisi non offre alcuna
nuova concezione del mondo.

Ma essa non ne ha bisogno, perché si fonda sull’universale concezione scientifica del mondo, con la quale quella religiosa resta incompatibile […] L’etica si fonda sulle esigenze inevitabili della coesistenza umana, non già sull’ordine dell’universo extraumano (2)

Copertina 93-2016 Rivista di Psicologia Analitica - Màdera website

Echi Bernhardiani.
Philo e Mitobiografica a cinquant’anni dalla morte di Bernhard

Il 29 novembre al centro culturale Philo di Milano si è tenuto un incontro per i cinquant’anni dalla morte di Ernst Bernhard.

Ad animarlo Gad Lerner, Romano Màdera, altri analisti biografici a orientamento filosofico e alcune psicoanaliste invitate, secondo il metodo biografico proprio di Philo, a commentare un passo di Mitobiografica che, per motivi biografici, avvertissero come particolarmente significativo per loro.

Quanto segue è un breve report della serata.

Iniziamo a giocare
Paolo Aite, Pina Galeazzi, Romano Màdera

Esiste un momento sorgivo nella Redazione della Rivista quando, liberi dal dover dimostrare informazione e competenza come accade all’esterno, ci si apre ad un libero “Gioco” di scambio tra noi.

Grazie ai nuovi mezzi offerti dal computer è possibile continuare o aprire nuovi dialoghi tra noi anche a distanza, sui temi che via via si presentano.

Pani ed io abbiamo provato ad aprire questo “Gioco” offrendolo anche ai lettori come “Premessa” al numero della Rivista che abbiamo curato insieme.

Le domande che ci siamo posti, le difficoltà offerte dal tema già affrontato da Huizinga in Homo ludens o da Viygotskij in Immaginazione e creatività infantile e da Eugen Fink in Oasi del Gioco con grande vastità di pensiero, le abbiamo appena avvicinate con le nostra domande, lasciando agli autori il compito di cominciare a rispondere ognuno dal suo punto di vista.

Nel dialogo ci ha aiutato Romano Madera con le sue puntuali osservazioni scritte che includiamo. 

L’anello mancante da Jung a Hadot e viceversa

Eranos, un crogiuolo di incontri decisivi e significativi tra grandi uomini di cultura, differenti campi del sapere, appartenenze religiose e concezioni del mondo diverse: ma ci sono stati anche incontri mancati.

Un incontro mancato di cui ancora oggi si possono vedere le conseguenze è stato quello tra Hadot e il mondo junghiano, e anche, più in generale, tra Hadot e lo straordinario esperimento di Eranos.

L’anello mancante è quello tra psicologia analitica, o ancor meglio, tra psicologia complessa (2) e filosofia come modo di vivere.

Una occasione perduta che si può ricostruire, credo, partendo dalle due conferenze che Hadot tenne a Eranos nel 1968 e nel 1974 (3).

Va premesso che la partecipazione a Eranos di filosofi in senso disciplinare e accademico è stata limitata. Tra i grandi del Novecento, oltre a Hadot si possono elencare solo tre nomi: Martin Buber, Karl Löwith e Helmut Plessner.

Jung ebbe una controversia con Buber proprio su questioni filosofico-religiose decisive, come lo statuto ontologico del fenomeno religioso e il rapporto con lo gnosticismo (4). Il mondo junghiano non ha tenuto in gran considerazione né le obiezioni di Buber e neppure, a parte Ernst Bernhard (5), il suo pensiero e la sua proposta spirituale (6).

Perché clinica poetica

Raccolte nel nome della Clinica Poetica le voci che compongono questo volume della Rivista raccontano l’esito di un lungo percorso che una corrente della psicoanalisi si è trovata a formare, in modo spontaneo, disorganico e disorganizzato, trasversale alle scuole e alle istituzioni: il lento, sofferto e contrastato esodo dalla concezione scientifica del mondo che il fondatore aveva posto come premessa e come esito della impresa psicologica.

Sommessamente, senza polemica, quasi lasciando che le parole si scavino pazientemente il loro solco, lo sforzo titanico di portare la storia clinica a ritrovare le tracce perdute della verità storica della patologia, è stato svuotato dall’interno, fino a cadere come uno spinoso riccio di castagna che sta per essere abbandonato dai suoi frutti.

Parole evocative, emozioni attuali che trasmettono l’intensità della memoria, costruzioni plausibili che disegnano un senso a tornanti interrotti di discese dolorose – a questo piuttosto possiamo aspirare, dismessa la pretesa dell’esattezza ricostruttiva.

Nel brancolamento del genio che indovina anche le deviazioni che verranno buone quando la traiettoria voluta e preferita si troverà spiazzata, Freud aveva visto, in un breve scritto del 1906, Il poeta e la fantasia, che una inspiegata potenza di presentificare il senso del dramma psichico, degli individui e delle culture, fluiva dalle fantasie ascoltate e coltivate dai poeti.