Sconfitta e utopia
Sconfitta e utopia
Identità e feticismo attraverso Marx e Nietzsche
Sconfitta e utopia
Identità e feticismo
attraverso Marx e Nietzsche
In fondo tutta la sua storia si è svolta tra dismisura e misura. Cosa ha conservato delle precedenti vite?
«La convinzione che ci sono molte cose oltre me e che questa non vuole essere un’affermazione teorica; ma appunto una pratica. Quello che ho cercato di conservare è una certa idea di utopia. Non come l’avrei pensata sul finire degli anni Sessanta, ma come la vedo oggi dopo gli errori, e le necessarie correzioni sopravvenute.
L’utopia non è un sogno che si deve realizzare; ma solo una stella polare che deve guidare il nostro can1mino. Coloro che hanno preteso di realizzare l’utopia hanno soltanto bruciato il mondo».
Sconfitta e utopia
Identità e feticismo attraverso Marx e Nietzsche
È all’interno del nodo che lega teoria del feticismo e teoria del valore che risiede la fondazione, secondo Marx, della teoria rivoluzionaria. È proprio a questo fondamento che deve mirare la critica: sotto le vesti della teoria bisogna infatti procedere, ormai, a fare i conti con il fallimento pratico di un progetto di liberazione che, in quanto tale, è rimasto soltanto una vaga intuizione.
A cinquant’anni dal 1968, Romano Màdera – filosofo e psicoanalista che di quella sinistra extraparlamentare fu una delle anime (fondatore del gruppo “Gramsci” e redattore di “Rosso”) – riprende e aggiorna le considerazioni formulate in uno dei suoi più noti scritti post-sessantottini (Identità e feticismo, 1977) per osservare dalla giusta distanza cosa è rimasto di quella magnifica illusione.
Oggi, in un mondo dominato da una globalizzazione che affossa le classi subalterne, viene da domandarsi se le categorie marxiane non siano divenute radicalmente inadatte, con l’insistere sui concetti di classe e di coscienza di classe, a descrivere i bisogni qualitativi che, in modo confuso, magmatico, hanno comunque risvegliato una speranza di liberazione dentro la storia contemporanea.
Leggi un estratto del libro
Dall’individuo cristiano-borghese alla biografia
IV Capitolo della 2° Parte, Storia e biografia
IV Capitolo della 2° Parte, Storia e biografia
Forma valore, merce, merce forza-lavoro, personalità merce forza-lavoro: forzando Marx ne abbiamo trovato la migliore lettura possibile perché il rovesciamento di fondamento, rispetto a Hegel, risultasse in grado di giustificare la critica del feticismo e il progetto rivoluzionario di superamento di questo.
Tuttavia la piatta specularità dello psichismo in Marx toglie profondità al suo fondamento (personalità merce forza-lavoro).
L’individualità, nella reificazione dell’attività che si personifica, si rivela maschera, pura formalità giuridica proprietaria di un’astratta corporeità, si rivela soggetto assente, presenza di un oggetto attivo, tramite dell’attività di altro.
La critica del capitale ci è parsa avvoltolarsi su se stessa fino a essere travolta nel circolo vizioso del suo oggetto.
La classe operaia, alla quale il discorso marxista imputa la necessità del superamento del feticcio, si è rivelata costituita in modo identico al feticcio, parte essenziale del suo funzionamento: l’appello all’inconsapevolezza comportamentale, oltre a fallire vistosamente nell’attività politica, non fa che ribadire la caratteristica
centrale del feticismo, quindi l’incapacità di superarlo.
Reificazione e personificazione sono allora le due figure della dissoluzione delle individualità agenti e della costituzione del mondo delle cose-feticcio.
A chi imputare la negazione che supera lo stato di cose presente?
Niente sembra più capace di tanto: il lato oscuro e irrisolto della critica al feticismo accompagna nella ricerca teorica il fallimento pratico del movimento operaio come soggetto della liberazione.
Eppure ricondurre anche il discorso marxista al ruolo di riproduttore di identificazione non riesce a chiudere i conti, marcia funebre della sconfitta, col sensibile emergere di fronte e dentro (564) i nostri occhi di una persistente, crescente irriducibilità al mondo feticistico (irriducibilità che se a sua volta non è riducibile alla classe operaia, tuttavia attraversa anch’essa).
Per un apparente, paradossale e ironico ritorno, le differenze del sensibile riemergono al colmo della cancellazione identificatoria.
Divisioni fisiopsichiche tagliano l’omogeneità del lavoro astratto: il corpo unificato e puramente sociale, la seconda natura realizzata, che è la classe, è investita da scosse telluriche che riproducono divisioni come diversità.(565)
Al colmo della vittoria sulla natura sembra che essa venga messa di nuovo in gioco.
Ma è un ritorno che è un salire: la cieca casualità naturale è per intero proprietà del capitale, il ritorno del limite naturale, della differenza, non avviene come non riconoscimento dell’identità, dell’universalità, al contrario si verifica proprio su questa base.
Si stanno disponendo le possibilità di un parto, di nuovo doloroso e dentro il ventre cristiano-borghese: un salto di civiltà. Ciò non può avvenire classe contro classe: è, insieme, il superamento delle classi in una mutazione di civiltà.
Lo scontro passa, è dentro la classe, è quindi dentro la cellula del mondo cristiano-borghese: dentro la personalità merce forza-lavoro, dentro l’identità borghese.
I protagonisti sono, insieme, le bandiere e le vittime di questa possibilità di muta radicale.
La scissione è dentro e fuori: avviene cioè secondo la specularità imposta dal processo di reificazione e personificazione e però mettendo in questione proprio questa specularità, offrendo un altro doppio specchio che distorce e rovescia il primo.
Non siamo a prima di Marx ma dopo di lui. Il movimento totalizzante di esteriorizzazione-estraneazione, che produce un movimento di personificazione altrettanto totalizzante, vede la sua lucida e pulita superficie incresparsi, vede riemergere il suo umorale e osceno corpo interno.
Poiché niente può essere distrutto:(566) l’umano, il divieto che è nel lavoro e che è del sesso e della morte, crea, nell’atto stesso di separarsi, il disumano, l’estrema perversione della natura; il diavolo lo chiamava Nietzsche.
La riattualizzazione del conflitto crea fratture nell’oggetto-persona del capitale e si esprime “a margine” (solo in modo di nuovo feticistico l’attualità riceve lo sconquasso e lo riformula, nella consapevolezza stessa degli interessati, in strati sociali, o in persone, o in stati psichici).
L’“a margine” non è fuori dallo spazio descritto dalla cosa-capitale, è la tensione stessa del suo limite: nella spazializzazione feticistica si esprime marginalmente, tuttavia è un marginale che è inerente a ciò che
circoscrive.
Così il rimosso stesso che ritorna è intriso del divieto che lo struttura: è trasgressione.(567)
Incontri con l'autore
Quel che resta di Marx
Corrado Augias - Quante storie, Rai 3
RaiPlay, 13 aprile 2018
- guarda l'intervista
Corrado Augias - Quante storie, Rai 3
RaiPlay, 13 aprile 2018
- guarda l'intervista
Quante storie, Rai 3 - Corrado Augias:
Quel che resta di Marx
Il materialismo storico di Marx ha sempre guardato alla classe operaia per realizzare i suoi presupposti teorici. Ma ora che le dottrine comuniste sembrano tramontate, quali sono i riferimenti culturali e gli obiettivi politici del “quarto stato”
Nel salotto di Corrado Augias si incontrano uno psicoanalista, Romano Madera, e un giornalista attento alle trasformazioni della società, Loris Campetti, per capire insieme cosa resta del pensiero di Marx nel mondo del lavoro e della sinistra italiana.
oppure guarda su RaiPlay
Antonio Gnoli: Intervista a Romano Màdera
Robinson - La Repubblica, 13 maggio 2018
- leggi l'articolo
Robinson - La Repubblica, 13 maggio 2018
- leggi l'articolo
Antonio Gnoli
Intervista a Romano Màdera
Si può dire che ogni vita è un campo di battaglia: «Se alla fine ne ho avute più d’una è chiara l’opportunità che mi è stata data di rinascere.
E allora viene in mente una vecchia frase. «Non sento il rumore della pioggia, disse l’allievo. Devi averla udita in un’altra vita, gli rispose il maestro. Ora quel che senti è che stai nuovamente cambiando».
Anche nelle tre o quattro vite di Romano Màdera si avverte il cambiamento. Dal suo racconto affiora il combattente interiore che nel curare le proprie ferite ha imparato ad affrontare quelle degli altri. Ci sono dunque storie che per trapassare devono essere smentite dalle durezze della vita.
Storie alle quali non daremmo particolare credito se non fossero il frutto di una rinuncia piuttosto che di una conquista, di un sacrificio che non la mera affermazione incisiva e squillante di una vittoria. E poi: quale vittoria è mai così eclatante ed esaustiva da apparirci definitiva?
La testa di Màdera, gli occhi di Màdera, perfino la bocca e le mani di Màdera sembrano concentrarsi in un punto invisibile tra me e il piccolo vuoto della stanza che ci ricomprende. Nella grigia penombra di un tardo pomeriggio milanese le parole di Màdera sembra vogliano riscattare l’atmosfera soffocante del piccolo studio.
Noto un armadio, un divano, una poltrona, un tavolo, un abat-jour acceso e una sabbiera con la quale egli esercita il ruolo di analista junghiano.
La sabbia, penso, come specchio di creatività e infelicità altrui, è una tecnica che Màdera ha appreso alla scuola di Paolo Aite: «Sono stato in analisi con Aite nel momento forse mentalmente più eccitante e tragico per me. Avevo scoperto Jung e poi Bernhard intuendo, come un naufrago, che una zattera mi avrebbe trascinato su qualche lembo di terra ferma».
Recensioni
Franco Livorsi: "Romano Madera tra Marx, Nietzsche e Jung"
Città Futura, 13 marzo 2019
Città Futura, 13 marzo 2019
Franco Livorsi
"Romano Madera tra Marx, Nietzsche e Jung"
Il libro di Romano Madera Sconfitta e utopia. Identità e feticismo attraverso Marx e Nietzsche (Mimesis Edizioni, Milano, 2018, pagg. 236, € 20) è in gran parte la riedizione dell’opera prima dell’autore: Identità e feticismo, del 1977, scritta tra il 1974 e il 1976.
Benché al tempo della versione originaria del libro Madera non fosse ancora trentenne, quel libro aveva concluso un ciclo di sette intensi anni della sua vita, in cui era stato un contestatore di sinistra assolutamente convinto e totalmente impegnato, nel Centro Gramsci, ma pure nella redazione di “Rosso”, a Milano.
In certo modo il libro del 1977 concludeva il ciclo più engagé nella vita dell’autore facendo i conti con la teoria ritenuta da lui più importante in Marx: quella del feticismo della merce, espressa nei Lineamenti di economia politica (Grundrisse) e soprattutto nel Capitale, vagliato tramite riferimenti e riflessioni fondamentali su tutti e tre i volumi.
Quindi Màdera – poi a lungo ordinario di Filosofia morale e di Comunicazioni filosofiche all’Università Bicocca di Milano, oltre che analista junghiano – prendeva veramente il toro per le corna, esaminando con approccio filosofico non già o non tanto il giovane Marx filosofo hegeliano di sinistra o post-hegeliano del 1841/1847, ma, e soprattutto, quello formalmente post-filosofico, economista in senso forte, preteso scientifico.
Daniele Bassi: "«Ci hanno davvero preso tutto»"
Doppiozero, 16 giugno 2018
Doppiozero, 16 giugno 2018
Daniele Bassi
"«Ci hanno davvero preso tutto»"
«Naufragium feci, bene navigavi, perché sono naufragato nelle speranze», scrive Romano Màdera all’inizio di un prologo inedito che, insieme ad un altro testo del 2011, correda la ripubblicazione del suo Identità e feticismo(1977) nel volume Sconfitta e utopia. Identità e feticismo tra Marx e Nietzsche (Mimesis, 2018). A quarant’anni di distanza, l’autore ripensa al testo «scritto di furia tra la fine del 1975 e il 1976» come una bottiglia-libro contenente un messaggio gettato in mare, esattamente come fanno i naufraghi. Ma a quale naufragio si riferisce?
Nelle nuove pagine introduttive, Màdera – filosofo, psicoanalista e militante sessantottino – non rinuncia, oggi come allora, alla scelta di «leggere Marx con il nucleo pulsante della sua teoria […] cioè con la teoria del feticismo» (p.10). Il testo, scritto in un periodo che l’autore già individuava come disastroso per le avventure politiche della sinistra rivoluzionaria, oggi non può esimersi dal misurarsi con il trionfo del “capitalismo globale” per cui “tutto diventa merce” e «l’intero pianeta appare sempre più ricoperto di una sola rete di scambi interdipendenti» (p. 22). Il naufragio è dunque …
Cesare Pianciola: "Tra metamorfosi e fortune, rielaborazioni e fraintendimenti"
L'Indice dei libri del mese, novembre 2018
L'Indice dei libri del mese, novembre 2018
Cesare Pianciola
"Tra metamorfosi e fortune, rielaborazioni e fraintendimenti"
(…) Un testo degli anni settanta è riproposto anche dal lilosofo e psicoanalista Romano Màdera da Mimesis insieme a un saggio recente e a un prologo di oggi, con il titolo complessivo Sconfitta e utopia. Identità e féticismoa attraverso Marx e Nietzsche (pp. 236, € 20, Sesto San Giovanni Ml 2018), dove il trinomio alienazione/reificazione/feticismo guida l’interprerazione di aspetti economici e di aspetti psicosociologici contemporanei.
Stefano Petrucciani: "Ragioni psichiche contro la sragione del consumismo"
Alias, 20 maggio 2018
Alias, 20 maggio 2018
Stefano Petrucciani
"Ragioni psichiche contro la sragione del consumismo"
A due secoli dalla nascita di Marx uno dei temi del suo pensiero che suscitano ancora interesse e discussione è quello del «feticismo delle merci»: parte da qui il volume di Romano Màdera, Sconfitta e utopia Identità e feticismo attraverso Marx e Nietzsche (Mimesis pp238, €20,00) che ripropone, arricchito con diversi nuovi matenali, il testo pubblicato nel 1977 col titolo Identità e feticismo, importante nella discussione di quell’epoca.
Tornando oggi su questi temi, Màdera traccia un bilancio delle geniali intuizioni marxiane che si lascia compendiare in questa secca frase: «una perfetta diagnosi, una mediocre prognosi, una terapia inconsistente» ..
Moreno Montanari: "Leggere Marx come sottotesto del nostro tempo"
Doppiozero, 5 maggio 2018
Doppiozero, 5 maggio 2018
Moreno Montanari
"Leggere Marx come sottotesto del nostro tempo"
(…) Secondo l’autore, la straordinaria fama de Il manifesto del partito comunista ha posto l’attenzione sul Marx politico finendo per sottostimare l’importanza “del filosofo-sociologo-antropologo critico che bisogna saper leggere nel suo lessico hegeliano riformato”.
Al centro della proposta marxiana Màdera scorge il tentativo di educare alla formazione di una “coscienza enorme” che sia consapevole dell’interdipendenza di tutto da tutti e di ciascuno da tutto, e che diventi per questo capace di denaturalizzare i fenomeni sociali avvertiti come inevitabili e validi in sé, siano essi il capitalismo, la famiglia, la morale o i rapporti di produzione, perché “il capitale fabbrica, tra gli altri suoi prodotti, anche il prodotto umano”, con la formidabile capacità di “rendere perfettamente omogeneo a se stesso ogni preteso avversario”.
La questione è dunque la produzione sociale, di merci e di identità, “senza coscienza e senza controllo, le qualità assenti che costituiscono il Feticcio-Golem, automa collettivo guidato da una sistematica del caos”.
Moreno Montanari: "Woody Allen sbaglia, Marx è ancora vivo"
La Repubblica, 30 marzo 2018
La Repubblica, 30 marzo 2018
Moreno Montanari
"Woody Allen sbaglia, Marx è ancora vivo"
«Dio è morto, Marx è morto e neanche io mi sento tanto bene».
Sconfitta e utopia. Identità e feticismo attraverso Marx e Nietzsche (Mimesis), può, per certi versi, considerarsi il personale tentativo di Romano Màdera di fare i conti con questa celebre battuta di Woody Allen, almeno per quanto riguarda Marx e l’individualità malata.
Siamo sicuri, infatti, che Marx sia morto?
Non può darsi che ci siamo affrettati a seppellirlo vivo e che il suo spettro si aggiri ancora, irrequieto, per il mondo? Certo si tratta d’intendersi su quanto del pensiero di Marx è ancora vivo e di prendere congedo da ciò che, non solo lo è più ma non lo è mai stato perché privo di ogni radicamento nel reale e, a ben vedere – spiega l’autore – nella stessa filosofia di Marx nella quale Màdera riconosce “una perfetta diagnosi, una mediocre prognosi e una terapia inconsistente”.
Antonio Carioti: "La rivoluzione fuma l'oppio"
La Lettura, 25 marzo 2018
La Lettura, 25 marzo 2018
Antonio Carioti
La rivoluzione fuma l'oppio
Se si guarda in faccia la crisi del pensiero rivoluzionario senza cercare scuse consolatorie, l’unica alternativa alla rassegnazione è la riscoperta della dimensione religiosa.
Semplificando al massimo, si può riassumere così la densa riflessione che Romano Màdera, filosofo e psicoanalista, ha premesso alla riedizione del suo saggio Identità e feticismo del 1977, riposto ora con altri scritti dalle edizioni Mimesis con il titolo Sconfitta e utopia (pp. 236, e 20).
La prospettiva millenaristica indicata da Karl Marx, nota Màdera, non discende affatto dalla sua pur lucida descrizione del capitalismo.
Può quindi ritrovare un senso solo se reinnestata nel solco della tradizione giudaico-cristiana e indirizzata verso una «riforma della spiritualità mondiale».
Che rivincita, per l’«oppio del popolo».
Paolo Bartolini: "Sconfitta e utopia"
megachip.globalist.it, 1 marzo 2018
megachip.globalist.it, 1 marzo 2018
Paolo Bartolini
"Sconfitta e utopia"
Torna in libreria, per la collana Philo – Pratiche Filosofiche di Mimesis, il primo libro del filosofo e psicoanalista Romano Màdera “Identità e feticismo” (1977), scritto tra il 1975 e il 1976 dopo l’abbandono dell’attività politica svolta dall’autore nell’estrema sinistra e, in particolare, nel Gruppo Gramsci da lui fondato insieme all’amico Giovanni Arrighi.
Il volume, intitolato oggi emblematicamente “Sconfitta e utopia. Identità e feticismo attraverso Marx e Nietzsche”, esce corredato da una nuova prefazione e da un saggio del 2011 dedicato alla forma di valore (merce, denaro, capitale) come codice genetico del sistema capitalistico.
Sistema che, secondo l’accurata disanima di Màdera, non può essere affatto ricondotto alle sole sfere economica e politica della vita associata, poiché l’accumulazione quantitativa – il capitale che si moltiplica, vero Dio del tempo odierno – è il motore della nostra civiltà anche nei suoi aspetti di relazione tra i generi, psicologici e simbolici, insomma “culturali”.

